Michele Serra: Il calcio tradito dai ragazzi. In strada non si gioca più

Per le strade non si vedono più i ragazzini che giocano a pallone”. La frase di Marcello Lippi è secca e scioccante, come certe verità trascurate per anni, e poi percepite come irrimediabili rivelazioni quando è già troppo tardi. È vero, i ragazzini giocano a pallone sempre più raramente, non lo percepiscono più come un gioco loro, come un pezzo dell´infanzia, ma come un passatempo televisivo degli adulti.
Un´invadente varietà di chiacchiere, polemiche e dispute politiche che li esclude, annacquando fino a percentuali trascurabili il sapore rarefatto del gol, un pane soffocato da troppo companatico.
Preferiscono il wrestling, giocano più volentieri a basket o a volley, e questo fa del calcio lo sport invecchiato di un paese invecchiato. Gli stadi vuoti dicono certo qualcosa sul caro-vita e sui prezzi esosi, ma dicono soprattutto che si è inceppato, e forse rotto per sempre, l´antico meccanismo di trasmissione della passione calcistica dai padri ai figli. È ormai un coro (inascoltato) quello dei genitori che dicono di non volere portare i bambini allo stadio, in mezzo all´orrendo clima di insulti e violenza delle cosche di ultras che controllano sempre più indisturbati quel territorio: una scellerata tolleranza ventennale ha consegnato gli stadi nelle mani di una cultura squisitamente mafiosa, quelle delle bande che impongono le loro regole, i loro razzi, i loro slogan a una maggioranza impotente, e difatti in fuga. Ma c´è un coro meno udibile, e però ancora più esiziale per il calcio, ed è quello dei ragazzini che allo stadio non hanno più voglia di andarci anche se sollecitati, hanno in testa altri palinsesti: non necessariamente migliori, comunque più loro, scelti autonomamente e spesso scelti sfuggendo al massiccio, ingombrante, controproducente bombardamento del mega-show calcistico.
E poi c´è l´impressione – anche questa molto ben detta da Lippi – di uno sport svuotato nei vivai, e addirittura nelle motivazioni, da un benessere che impigrisce: per generazioni di italiani poveri lo sport è stato uno dei tanti veicoli del riscatto sociale, l´adrenalina sul campo veniva anche dallo stomaco vuoto. Ciò che rimane, almeno sottotraccia, nel ciclismo, e cioè la fatica boia di arrivare in cima, l´epopea del sudore, non riesce a balenare neppure per un attimo nelle figure (da modelli televisivi) di calciatori con le sopracciglia rifilate e la giacchetta di grido. La tripla capriola di Martins, esplosione spontanea di gioia e adrenalina, ci ricorda che quel tipo di molla nei garretti scatta ancora quando non si è sazi, quando ci si sente all´inizio di un lungo e appassionante cammino, quando si viene dai campi polverosi e dalle palle di stracci dell´Africa o del Sudamerica. E nel calcio post-moderno, infatti, quello dei Beckham e dei Vieri, il pay-calcio satellitare e infarcito di spot, per esultare si inventano complicate coreografie in favore di telecamera, come per ridare senso a un´esultanza che ha perduto la sua selvatica semplicità. Un´esultanza che ha bisogno di essere dopata per mantenere il suo significato, e quindi un´esultanza che ha perduto il suo significato.
Nei paesi ricchi lo sport, inteso come cultura nazionale, come identità popolare, sopravvive solo se riesce a darsi regole severissime e iperprofessionali, all´altezza dei miliardi investiti e incassati, all´altezza delle ore di palinsesto occupate. Come negli Usa, dove quasi tutti i nostri presidenti di calcio, con i loro inguacchi e i loro pasticci regolamentari, verrebbero allontanati con disdoro, un presidente che si vende le partite sarebbe trattato come un imbroglione indegno del sacro business, e i tifosi che bloccano treni e traghetti per influenzare i verdetti della giustizia sportiva sarebbero impacchettati in blocco e spediti a riasfaltare le strade.
Un ex sport che non ha la classe dirigente e la cultura adatta per trasformarsi in un grande show professionistico, con regole ferree e codici rispettati, questo rischia di essere il calcio italiano in tempi brevissimi, se non lo è già adesso. Ha ragione Galliani, negli stadi italiani spesso non si riesce a bere neanche una gazzosa. Ma le gazzose, negli stadi italiani, da almeno vent´anni finiscono in campo, sulla testa dei portieri, dei guardialinee e dei poveri fotoreporter che oramai devono mettersi il casco: è come la storia dell´uovo e della gallina, non si sa se viene prima l´indecenza delle strutture o quella del pubblico. Nel frattempo, i ragazzini devono avere intuito che esistono altri sport, altre avventure, meno affollate di adulti prepotenti, di polemisti comici, di protagonisti annoiati. L´ultima speranza, sugli spalti e in campo, sono i nuovi italiani immigrati: un pubblico di asiatici, di slavi e di africani che tifino, prezzi permettendo, per calciatori dello stesso ceppo, bandiere del loro riscatto. Nuova adrenalina, nuovi sogni per uno sport che ha bisogno di tornare in strada, di rinascere in strada.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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