Umberto Galimberti: Parini, i genitori gli studenti e la sconfitta della scuola

Gli studenti del Parini presentano centinaia di firme per chiedere la revoca dei provvedimenti disciplinari previsti per alcuni studenti responsabili di atti violenti durante l’occupazione della loro scuola. I rappresentanti degli studenti, con la loro assenza, fanno mancare ai consigli di classe il numero legale necessario per prendere decisioni. I genitori, per la maggior parte sempre pronti a difendere i loro figli, accusano la scuola di non averli convocati prima della riunione dei consigli di classe. Il preside ritiene che le decisioni dei consigli di classe dovranno in ogni caso essere applicate, e poi gli studenti, se vorranno, potranno ricorrere agli organi di garanzia per un riesame dei provvedimenti. Io, che dal ‘64 al ‘79, ho insegnato nei licei, sono contro le occupazioni e contro le sospensioni. Le occupazioni sono il sintomo di un disagio e di un collasso nella comunicazione tra studenti e professori. Radicalizzano le posizioni, dividono gli studenti e non aiutano la ripresa del dialogo. Le sospensioni sono il sintomo dello smarrimento, da parte della scuola, della sua finalità primaria che è l’educazione, e in alcuni casi la ri-educazione. E allora delle due l’una: o la scuola apre i suoi battenti solo ai ragazzi educati e disciplinati, limitando il suo compito alla sola ‟istruzione”, oppure accoglie tutti quelli che ne fanno domanda, educati e disciplinati che siano o che non siano, e allora in questo caso deve alzare il livello del suo compito, non limitandolo all’istruzione, ma elevandolo all’educazione. Per questo è necessario che la scuola si popoli di professori (e in molti casi già ce ne sono) che sanno parlare non solo con la classe, ma con i singoli studenti, che sanno seguirne i percorsi di vita, che non si appellano all’indolenza o alla cattiva volontà dei ragazzi, perché sanno che la volontà non esiste al di fuori dell’interesse, che l’interesse non esiste separato dal legame emotivo, che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra professore e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione. Se questi professori non esistono o sono troppo pochi, le occupazioni saranno sempre più frequenti, e la normativa non è assolutamente una risposta al disagio della scuola, perché la freddezza burocratica non è il linguaggio giusto per parlare con l’esuberanza o addirittura la violenza giovanile. E allora che fare? Perdonare? Punire? No, educare. Si obblighino gli studenti che hanno infranto le regole della civile convivenza a frequentare nella scuola per un mese due ore di lezioni supplementari di educazione civica, da condurre non sui manuali, ma invitando i ragazzi a leggere e a relazionare su libri che hanno la violenza per oggetto. Ne indico alcuni: W. Sofsky, Saggio sulla violenza (Einaudi), ancora Sofsky, Il paradiso della crudeltà (Einaudi), G. Strummiello, Il logos violento (Dedalo), J. Butler, Vite precarie (Meltemi), F. De Zulueta, Dal dolore alla violenza (Cortina), A. Torno, La moralità della violenza (Mondadori) e altri ancora che i professori del Parini senz’altro conoscono. Vogliamo provare questo esperimento di educazione? Il compenso economico per gli insegnanti, che si accollano quest’ulteriore opera di educazione, a carico delle famiglie, che saranno ben contente che la scuola dia loro una mano a far crescere i loro figli, non solo nella condotta, ma, proprio a partire dalla condotta, nella consapevolezza e nel sapere.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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