Michele Serra: Calcio. Quando crolla l’etica

La magistratura è come i pompieri: arriva quando l’errore umano (per dolo, o per imprevidenza) ha già innescato il fuoco. È per questa ragione, insieme banale e inoppugnabile, che i giudici, nel nostro paese, hanno molto lavoro, e sono così spesso sotto i riflettori. Perché dolo e imprevidenza hanno già lavorato ben prima di loro, estesamente, tenacemente.
Che poi qualche giudice lavori ottimamente e qualcun altro meno bene, fa parte dell’umano. Ma che il dibattito minacci di concentrarsi un’altra volta, come già dopo Tangentopoli, sui soccorsi successivi all’incendio, intignandosi nell’ormai stucchevole diatriba tra "garantisti" e "giustizialisti", è cosa parecchio fuorviante. E sospettabile di evasività: quasi un parlar d’altro rispetto allo stato delle cose. Il problema è l’incendio: perché brucia e distrugge, e perché la sua estensione devastante rivela che sono del tutto mancate, per l’ennesima volta, le misure di prudenza, di intelligenza pubblica, spesso di semplice buon senso che permettono di vivere in comunità limitando i danni e gli spaventi.
Queste misure, qui come altrove, si chiamano etica pubblica. Servono a stoppare prima, e non dopo, le cattive intenzioni, a isolare le persone poco raccomandabili o quantomeno a non emularle, a non trasformarle in esempi ammirevoli. Lo scandalo del calcio, in questo senso, è fulminante: descrive una comunità che per lunghi anni non è stata in grado di arginare, pur conoscendone il clima e forse i dettagli, una plateale situazione di strapotere, di prevaricazione psicologica e di scorrettezza istituzionale. Che Moggi abbia o non abbia orientato gli arbitri, e con essi i risultati delle partite, se cioè abbia o non abbia commesso il reato di frode, è questione che riguarda le magistrature (sportiva e ordinaria). Ma che un dirigente della prima società di calcio del Paese, per anni, abbia intrattenuto rapporti assidui e confidenziali con i designatori arbitrali, è cosa eticamente gravissima a prescindere dalla presenza di un reato. Un calcio che accetta (e anzi promuove) metodi simili, ha come destinazione quasi inevitabile gli uffici dei pm. Essere spossessati delle proprie facoltà di autodeterminazione è il tipico esito - e la tipica punizione - che spetta a chi mostra di non meritare l’autonomia di cui gode. Lo sanno gli adolescenti, che quando rigano diritto vedono aumentare la propria libertà, e quando fanno fesserie, o peggio, si vedono ricacciati - se il genitore fa il genitore - allo stato infantile: la fiducia si merita. E la si può anche perdere.
In una delle intercettazioni rese pubbliche, il proprietario della Fiorentina Diego Della Valle, telefonando per la prima volta al designatore arbitrale Paolo Bergamo, esordisce così: ‟Non l’ho mai chiamata prima, non conoscendola, perché non sapevo neanche che uno potesse alzare il telefono e chiamarla”. La frase rivela uno scrupolo sacrosanto. Della Valle sa benissimo che rivolgersi al potere per chiedere favori o protezione non soltanto non è abitudine delle persone per bene, ma è anche l’esatto contrario della logica e delle regole non scritte di un paese libero: dove sono i diritti e i doveri, non i favori e gli sgarbi, a conformare i rapporti tra le persone e tra le istituzioni. Ma Della Valle telefona a Paolo Bergamo perché è sotto schiaffo, e ha mangiato la foglia: è stato lo stesso Moggi a spiegargli che così doveva fare. Entrare nel giro o soccombere. Una specie di "pizzo" morale da versare ai furbetti del campionato. Questo semplice episodio, insieme a mille altri, disegna un campo di gioco truccato a prescindere. Truccato in partenza. Nel quale l’affiliazione a una mentalità e a un costume produce risultati, e la ribellione (vedi l’onesto e cocciuto Gazzoni e il suo Bologna) può anche costare l’emarginazione e, nel suo caso, la rovina economica.
I giudici arrivano quando l’autodisciplina, le remore morali, la libertà di sottrarsi al gioco sporco, se ne sono già andate da tempo. I giudici arrivano quando è diventato necessario esautorare un intero ambiente che, semplicemente, non è più capace di autogovernarsi: accadde con i partiti politici quindici anni fa, accade oggi con il gioco del calcio, primo spettacolo del paese, business miliardario in euro e costola importante e amatissima del corpo sociale nazionale. Non è dunque di questo che bisognerebbe parlare? Come è possibile che un Paese sia così spesso costretto al bisturi giudiziario - con tutta la drasticità e l’approssimazione che l’intervento d’urgenza comporta - se non a causa della propria impressionante imprevidenza etica? L’etica arriva molto prima della legge, e spesso ne evita il maglio. L’etica è come la cura quotidiana, come la prevenzione, che serve a scongiurare o almeno a limitare le malattie più gravi. Proprio a questo serve, l’etica: a limitare a eccezionali cadute, a crimini imprevedibili, l’intervento dell’autorità giudiziaria, bastando, a mantenere sana la prassi, e sereno lo spirito, un insieme minuto e condiviso di comportamenti leciti. L’etica non è una parolona pomposa, non è altissimo esercizio di eroismo morale: è necessità comune, è abicì della convivenza, è prosaica cura del rispetto di sé e degli altri (al contrario della legge, che è Dramma).
L’orrendo "così fa tutti" che già echeggiò dopo Tangentopoli, e ora diventerà, potete giurarci, un coro da stadio, descrive un ambiente oramai così perdutamente corrotto da non saper più riconoscere nemmeno il peso della responsabilità individuale, che è poi il cardine del patto tra liberi. Gente che non riesce più a distinguere la correttezza dalla scorrettezza, la corsa pulita dallo sgambetto, gente che non ha perduto le Tavole della Legge, ma il manuale di educazione civica - come ragazzini che rendono inevitabile l’intervento del Padre, che nella figura di un giudice viene a levarci le chiavi di casa perché ne abbiamo fatto un pessimo uso.
Luciano Moggi era temutissimo, chiacchieratissimo, ma anche molto ammirato: perché vinceva molto, e perché era potente. Ecco, forse basterebbe, per cominciare a rimediare almeno un poco all’analfabetismo etico di questo paese, confutare energicamente questa idea, non so se più stupida o più disgustosa, che ricchezza e potere giustifichino tutto. L’abicì, appunto.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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