Vittorio Zucconi: Bush al di sopra della legge

Dagli ‟stagnini” di Nixon ai ‟minatori” di Bush, il lungo, e spesso fatale duello dei presidenti americani con i limiti al potere imposto dalla Costituzione torna a scottare un altro capo dello Stato che si crede al di sopra della legge. Con la rivelazione, non smentita neppure dalla Casa Bianca, che il programma segreto di intercettazioni delle telefonate ordinato da Bush dopo l’11 settembre aveva investito miloni e milioni di chiamate fra cittadini americani sul territorio nazionale senza autorizzazione giudiziaria, la crisi di questa Presidenza in caduta libera è uscita dai confini del territorio politico, amministrativo, strategico per entrare nel campo minato e micidiale della Costituzione. Qui non si tratta più soltanto di divergenze ideologiche fra destra e sinistra, di scelte militari o diplomatiche fallimentari, cioè dei fattori che hanno spinto l’indice di approvazione per Bush a un disastroso 31 per cento nei sondaggi. Quando un presidente è accusato di avere ordinato e imposto alle tre maggiori compagnie telefoniche Usa, Att, Verizon e Bell South, di consegnare alle agenzie di spionaggio i tabulati di tutte le chiamate dei loro abbonati, lo si accusa di essersi posto al di sopra e al di fuori della Costituzione. Peggio, di essersi investito del potere di essere non il custode, come ogni presidente giura di essere, ma il padrone della Costituzione. ‟Nessun presidente nella nostra storia ha mai esteso in modo così sfacciato i confini della Costituzione” ha commentato il professor Tucker, docente di diritto costituzionale alla facoltà di Legge dell’università di Georgetown e se la polemiche sui ‟poteri di guerra” di un capo dello Stato sono una costante della storia americana, la violazione della privacy tocca il cuore di uomini e donne allevati nel culto dell’habeas corpus, cioè dell’antico diritto di non essere sottoposti ai capricci e alle intrusioni arbitrarie del sovrano. La Costituzione è la ‟terza rotaia” della politica e della storia americana che sovente fulmina chi osa toccarlo, attraverso il processo di impeachment, di incriminazione davanti al Parlamento. Ed è proprio impeachment la parola che ha ripreso a circolare a Washington, spinta da quell’ala del partito democratico, oggi minoritario, che non ha mai perdonato ai repubblicani il processo a Clinton per i suoi peccatucci di carne. Ma se l’ipotesi iniziale di incriminazione era costruita sulla fragile accusa di avere mentito alla nazione per portarla in guerra, il nuovo teorema si basa su qualcosa di molto più serio, sulla scoperta che, nel panico dell’11 settembre, questo presidente abbia calpestato proprio quella legge che fa dell’America, l’America, la Costituzione. Bush si giustifica sostenendo di non avere fatto nulla di illegale, perché, nella sua visione dei poteri presidenziali, un capo dello Stato in guerra decide che cosa è lecito e illecito. Ma l’ufficio legale dell’unica compagnia telefonica che rifiutò le pressioni del governo perché consentisse di frugare e origliare, la Qwest, espresse parere esattamente contrario. Risposero di no, perché sarebbe stata una violazione sfacciata della privacy dei propri clienti. Ma l’appello al safety first, alla "sicurezza prima di tutto", ha perduto la gran parte della propria potenza emotiva scatenata dal massacro delle Torri e poi bruciata dal fiasco iracheno. Non ha aiutato il fatto che l’ammiraglio responsabile del ‟progetto miniera”, come si chiamava la penetrazione dei ‟minatori” spia nelle telefonate private, sia stato ora scelto proprio da Bush per guidare la Cia rimasta acefala dopo il licenziamento in tronco del pessimo direttore Goss. Per l’ennesima volta, senatori e deputati democratici minacciano quelle inchieste parlamentari che non hanno mai avuto il coraggio, e i voti, per condurre a fondo, ma se alle elezioni parlamentari di novembre dovessero ottenere quella maggioranza a Camera e Senato che pareva inimmaginabile (e rimane comunque assai improbabile) la ‟terza rotaia” tornerebbe a elettrificarsi e quella parola terribile, impeachment, a correre. Come Nixon fu distrutto dai suoi plumbers, gli stagnini dell’Fbi che egli usava per sigillare le fughe di notizie sul Watergate, il suo lontano discepolo e ammiratore, Bush, potrebbe, ironicamente, essere inguaiato dai suoi ‟minatori”. A novembre George W. Bush si giocherà più di una maggioranza parlamentare. Rischierà la sua corona.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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