Vittorio Zucconi: Mondiali 2006. Noi, tifosi italiani dalla fede incerta

Sul consunto sofà del nostro calcio, la Nazionale ci costringe ancora una volta a sdraiarci e a confessarci. Siamo italiani, simpatici e inoffensivi pazienti cronici condannati a essere nel pallone quello che siamo nella vita, maniaci depressivi, ciclotimici incurabili, tifosi in bilico instabile e perenne fra la cupezza e l'euforia, il bullismo e il vittimismo. Campioni al sabato, schiappe al lunedì.
Siamo quelli con la maglietta slavata di Baggio comperata nel '94 che ormai tira sulla pancia, il popolo dei bravi ragazzi che ti spaccano la faccia a tradimento con una gomitata e poi si pentono davvero, i "paisà" che si sgonfiano al primo errore e guardano con cupo presentimento la barca affondare. "Fair weather fans" dicono quegli americani che hanno stravinto la guerra del tifo, quando anche Gattuso agitava disperato le braccina per chiedere qualche sostegno alla gente ammutolita e sdegnosa che avrebbe dovuto sospingere gli italiani non perché erano bravi, ma proprio perché facevano schifo: siamo amici generosi quando splende il sole, ma pronti a riprenderci l'ombrello appena comincia a piovere.
Non c'è bisogno di chiedere a Mirko Tremaglia conferma che, fortunatamente, anche sulla lealtà cieca e assoluta del mitico "connazionale all'estero" ormai non si può più contare. Gli stadi tedeschi sarebbero dovuti essere il vaso collettore di tutta la nostra presunta passione, debordare sul prato, sospingere come una marea i nostri, anche nell'anno amaro dei Moggi Horror Show, per un ultimo tango con il calcio in azzurro prima della (forse) grande purga. Ma le nostalgie, i fazzoletti sul molo, la mamma lontana, la puntigliosa ricerca del buon ristorante italiano, la Fiat tenacemente acquistata per tornare in vacanza al paese, non cambiano il fatto che gli italiani all'estero sono prima italiani e poi all'estero. Sono come gli altri italiani.
Quarantotto ore fa, in questo Mondiali si respirava l'estasi. Oggi siamo in un clima da "Apocalippi Now", la fine è prossima, la catastrofe assicurata contro quei fantastici Cechi assetati di vendetta. "This is the end, my friend", lasciate ogni illusione. La supponenza di colui che ci aveva promesso addirittura "divertimento" si trasforma nella contrizione infantile del giorno dopo, quando si scopre che forse "avevamo un po' esagerato", ma davvero?, nell'euforia dopo avere dato due gol al Ghana. La stessa identica squadra che sembrava avere vinto il Mondiale soltanto perché gli attaccanti africani si erano infilati le scarpe alla rovescia, oggi è scesa al livello del Trofeo Bagni Mirella di Viserba. Spocchiosi nella vittoria, flagellanti nella malasorte.
Quante volte ormai ho dovuto assistere alle febbrili e fragorose vigilie di Mondiali, tra tifosi strombazzanti arrivati dall'Italia con ogni mezzo di trasporto in fragorosa agape con tifosi locali che parlano ormai qualche parola di oscuri dialetti Carnici o Irpini, accomunati da eterni giuramenti ed entusiasmi granitici, "striam'ci a coorte", che alla prima cappella di un difensore o ciccata di una punta si squagliano nella lamentazione. E lasciano alla fine i fratelli d'Italia fusi da un solo, eterno comune sentire: che il ct di turno sia un deficiente completo, (quell'idiota di Sacchi, quello scemo di Maldini, quel cretino di Trapattoni, quel somaro di Lippi) incapace di vedere che sarebbe bastato far giocare quelli che non hanno giocato per stravincere.
Ripenso alla espressione sbigottita di Arrigo Sacchi quando arrivò con il pullman della squadra per l'esordio contro l'Irlanda al Giants Stadium del New Jersey, dove l'ideologia delle Little Italy e le pressioni del governo di Roma avevano costretto la Nazionale a liquefarsi nella sauna dell'Atlantico anziché in California, e scoprì che la distesa di tricolori che coprivano le tribune non erano bianco rosso verdi, ma bianco verdi e arancioni. I paesani avevano venduto migliaia di biglietti a prezzi di bagarinaggio agli irlandesi, offesi perché Sacchi non aveva portato Zola e non aveva fatto il giro delle trattorie sulla costa e li aveva, secondo loro, "disrespected".
"Non camminerete mai soli" cantano i tifosi del Liverpool alla propria squadra, anche quando, e le capita spesso, non vince nulla. Sarà bene che i nostri calciatori non tentino di imitare quelli del Liverpool, se non si qualificassero. Dietro a una Nazionale che perde non c'è mai nessuno.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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