Michele Serra: Mundial ’82. Quel giorno di gloria del tifo fai-da-te

L’undici luglio 1982, quando finì la partita del Bernabeu, uscii per le strade di Torino (ero andato al concerto degli Stones). La gente affacciata alle finestre cercava di fare rumore in tutti i modi possibili, le macchine suonavano il clacson, i motorini pavesati di tricolore andavano verso le piazze del centro per la baldoria Mundial. Tutto appariva (ed era) molto spontaneo e disorganizzato, gli schermi giganti nelle piazze non erano ancora stati inventati, il fischio finale dell’arbitro trovò gli italiani davanti al televisore di casa (gli apparecchi in bianco e nero erano ancora parecchi). La felicità fu grande, era percepibile, fisica, riempì quasi ogni strada e piazza del Paese sgusciando fuori dai portoni. Il tifo organizzato, quello degli ultras dai cori ritmati, dagli striscioni prefabbricati, dagli atteggiamenti paramilitari, era un fenomeno appena agli albori. Non ancora di massa. Ed è questa la vera differenza percepibile tra le baraonde azzurre di questi mondiali e quelle dell’82: qui la festa popolare è contaminata da usi e costumi di curva, compresi i fischi all’inno nazionale dell’avversario nelle piazze allestite con i maxischermi. Nelle case, in famiglia, è difficile che qualcuno abbia voglia di fischiare un inno, a meno di particolari paranoie individuali. Fortunatamente la festa è diventata talmente vasta, talmente diffusa, talmente di popolo, da sommergere anche le sgradevolezze già riscontrate dopo le vittorie azzurre dei turni precedenti, con bande di bulli sovreccitati che sequestrano autobus o bloccano le strade. In questo senso, il modello ormai prevalente allo stadio (con gli ultras padroni, il resto del pubblico sempre più in fuga) è stato contraddetto e rovesciato per le strade italiane: quando la partecipazione alla festa è quasi totale, i prepotenti ridiventano minoranza. E mano a mano che gli azzurri passavano di livello, aumentando nelle strade e nelle piazze la presenza del tifo "normale", quello di popolo e di famiglia, si notavano di meno le scorribande del tifo organizzato, riconoscibili per l’uniformità dei partecipanti (quasi tutti maschi rapati tra i venti e i trenta, come al servizio militare) e la petulanza assordante dei caroselli. La Nazionale ha restituito il calcio, almeno per un mese, al suo antico culto popolare, rimettendo in clamorosa minoranza il tifo curvaiolo, quello di branco e di bastone, quello gerarchico e in divisa, che negli ultimi vent’anni è dilagato, si è via via impadronito degli stadi, e si è fatto sentire sgradevolmente anche in qualche pagina di questa fiesta 2006. Si sono ripresi il calcio i ragazzini e anche i bambini, le donne, gli anziani, le tante persone che non mettono più piede negli stadi perché respirano malvolentieri quei fumi e quell’aggressività. Il calcio è ridiventato un gioco di strada, di bar, di rione, non più una palestra per fanatici. Le coreografie di balcone e di caseggiato hanno preso il posto di quelle di curva. La notte della vittoria è venuta a ricordarci che un grande gioco popolare è stato sequestrato, per troppi anni, dagli affaristi delle tribune d’onore e dai violenti delle curve.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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