Vittorio Zucconi: Clerici tra i miti del tennis un grande amore ricambiato

Ormai è diventato anche lui "Giònni", come già era "Giònni" Agnelli", che sarebbe naturalmente Gianni, ma nessun americano resiste alla tentazione di appropriarsi dei grandi del mondo, di americanizzarli, di santificarli, di "imbalsamarli" come mi dice lui, presumo facendo scongiuri irripetibili in un giornale per bene, al telefono da Newport, in Rhode Island, perché il nostro Gianni Clerici non rinuncia mai, neppure nel suo giorno di gloria, al colpo più difficile e prezioso per i campioni veri del giornalismo e della letteratura, all’"ace" dell’autoironia. Oggi, Gianni Clerici, ooops, Giònni Clerici, sarà "enshrined", diciamo pure santificato, nel tempio mondiale del tennis, la International Tennis Hall of Fame nel Rhode Island, dal maestro di cerimonie Ken Yellis, secondo italiano nella storia dopo Nicola Pietrangeli, in uno sport che Clerici giocava un po’meno bene di Nicola (e qui Giònni mi toglierà il saluto) ma che ha saputo raccontare e far vivere come soltanto Nick Hornby ha saputo fare per il football (e qui spero che Giònni me lo restituirà). Nel giorno in cui l’Italia si sta contorcendo attorno alle trippe della Lega Calcio dopo avere smaltito la sbornia nazionalistica, il trionfo mondiale di uno scrittore italiano elevato al santuario del tennis non è notizia capace di portare governanti e governati a occupare i centri urbani e distruggere autobus. Il tributo straordinario che il tennis internazionale ha dato a Clerici facendo di lui un immortale, è il saluto a una generazione, a uno stile, a un’Italia in completo bianco, lui direbbe "in guanti bianchi", che non c’è più e forse non c’è mai stata, ma a noi che vi apparteniamo piace immaginare ci sia stata. Clerici è il più giovane, e a leggerlo verrebbe voglia di far inorridire maestri e professori definendolo, "il più giovanissimo", di una leva di giornalisti che da trent’anni i migliori di noi, come diceva Igor Stravinsky dei grandi compositori, tentano invano di copiare. Aveva cominciato, dopo una bella carriera di tennista sui migliori "court" d’Europa, in quel "Giorno" creato da Gaetano Baldacci nel 1956 con il sostegno dell’editore Cino del Duca e la energia innovativa di Enrico Mattei. Nelle redazione dove Clerici cominciò a scrivere di tennis firmando un primo servizio nel quinto numero del quotidiano, quando la terra rossa del Tennis Club Milano era battuta dai fratelli Del Bello, Canepele, dai giovani Gardini, Pietrangeli, Sirola e da Beppe Merlo, accanto a lui lavoravano Gianni Brera, Mario Fossati per il ciclismo, Giulio Signori per l’atletica, Giorgio Bocca, Tiziano Terzani, Giampaolo Pansa, Natalia Aspesi, una nazionale del giornalismo italiano. Senza averli mai visti, riconoscendoli soltanto dalla firma e non dai volti imposti dalla sfacciataggine della televisione, li leggevamo con l’ingordigia di chi ancora si illudeva non soltanto di imitarli come giornalisti, ma di partecipare a quegli sport che loro raccontavano. Per chi abitava accanto al tennis club Milano, come me, e assisteva ai campionati nazionali che Clerici trasmetteva in diretta sulla carta, la descrizione della racchetta di Beppe Merlo, il figlio di nessuno in quel mondo di bella gente e l’unico con il quale noi schiappe da tornei estivi potessimo identificarci, rimarrà nei ricordi per quarant’anni: accordava la racchetta molle "come una reticella da pesca", scrisse. E non guastava affatto, nell’ora degli ormoni in fiore, che "Giònni" dedicasse al tennis femminile un gusto appassionato che andava ben oltre i misteri della "impugnature continentale". Gusto che neppure il trascorrere dei tornei ha spuntato. ‟Prima della cerimonia, dovrò fare qualche minuto di esibizione con Rafter, un altro degli imbalsamati con me nella Hall of Fame” mi diceva ieri Clerici, ‟avrei preferito molto giocare con l’altra premiata, Gabriela Sabatini, ma hanno voluto così”. Ma se molti sono i giornalisti che sanno raccontare bene quello che immaginano e immaginare quello che raccontano, questo campione italiano di giornalismo oggi vincitore di un titolo mondiale non è mai stato soltanto lo scrittore competente, il raconteur delizioso, del quale purtroppo non possono essere pubblicate le note redazionali di accompagnamento ai servizi, l’autore di 15 libri oltre che di una raccolta di poesia: "Postumo in vita" venduto in due mila copie, che per una raccolta di poesia è praticamente un "Codice Da Vinci". Una raccolta che gli valse la definizione di "Pascoli giovane", dove sospetto che l’aggettivo lo lusinghi ancor più del nome proprio. L’eccezionalità di Gianni Clerici, la sua "induction", la sua intronizzazione nel Vaticano della racchetta, voluta fortissimamente dal grande amico americano, il supercommentatore televisivo Bud Collins, e approvata dagli oltre 100 cardinali del Sacro Collegio tennistico, gente come Tony Trabert, Stan Smith, Mary Carillo per il contributo dato loro sport, stanno in una dote che nessun talento di scrittura e nessuna conoscenza del soggetto possono dare. Stanno nell’amore per quello sport che egli racconta dal 1956 e che neppure migliaia di pezzi, annate di palleggi, doppi falli, volée, rovesci lungo linea, delusioni, "arrotini" (un’altra delle sue invenzioni), campi in erba, in terra rossa, hanno spento. ‟Molti direttori hanno provato a fare di me un grande giornalista, a mandarmi a Mosca a fare il corrispondente e per fortuna del giornalismo non ci sono mai riusciti”, dice e so che è vero, perché uno di questi direttori che lo adoravano e che tentarono, fortunatamente invano, di strapparlo ai "tennis court" portava, per uno sfortunato caso di omonimia, il mio stesso cognome. Se lo chiamassi un "maestro" (nel senso del giornalismo, non del tennis) probabilmente mi prenderei una racchettata in testa, ma ora che è stato elevato al soglio del tennis, non può più evitarlo. Scrive raccolte di storie brevi, "Zoo" si chiama quella che sta per uscire, scrive pieces teatrali, come "Mussolini: l’ultima notte" prevista in autunno al Franco Parenti di Milano, ma io ancora mi chiedo come fosse quella racchetta di Merlo, accordata come una reticella da pesca, perché la prima racchetta non si scorda mai. Forever Giònni.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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