Michele Serra: Un mistero musicale

Il liscio è un mistero acustico. E antropologico. Ci sono momenti che quelle volute saltellanti di clarini e ottoni, quei "rattarattarà" stoltamente allegri, ti suonano come il grado supremo del pacchiano in musica. Giustamente eseguiti da musici in gilet argentato, con il sussidio di cantanti che si chiamano quasi sempre Luana e Sabrina. Preso da altre bande mentali, o forse solo con diverso umore, il liscio invece seduce per qualche sua perversione orientale, mezzo gitana: walzer e polke rubati dalle case dei signori e trascinati nella polvere di qualche ballo di rione, e involgariti dal pernacchio stentoreo di qualche ottone suonato troppo forte, dal batter di tacchi forsennato di ballerini popolari, gli anziani impomatati, le ragazzuole un poco soprappeso, ma belle sane. Insomma che cosa sia davvero il liscio io non lo so. Non l' ho mai capito davvero. E quando, una ventina di anni fa, divampò il gran dibattito se nelle feste dell' Unità erano più giusti i cantautori oppure il liscio, mi pare di essermi astenuto, perché ogni volta che sentivo il liscio uscire da qualche radio privata cambiavo frequenza, ma ogni volta che vedevo popolo attorno alle orchestrine, specie le magnifiche coppie seniores che volteggiavano impettite e leggere, a decine, sfiorandosi ma mai urtandosi, capivo che quella musica era profondamente loro. Musica di operai e di massaie, di pensionati e di segretarie, musica di territorio e di indigeni inventata e scritta e interpretata da loro stessi nei loro quartierini coi gerani proprio come oggi il rap nei quartieracci con la coca, o proprio come ieri certe rumbe da lungomare nei Caraibi. Mi spedirono anche a fare la cronaca dei campionati italiani di liscio, sotto un tendone in mezzo ai campi da qualche parte tra Mantova e Reggio, ci misi due ore a trovarlo e pareva di essere nella puszta. Fu una cosa sublime. Dovete immaginarvi una ventina di Moire Orfei (le maestre di ballo), riveritissime, e centinaia di cadetti tra gli otto e i quindici anni coi pantaloni neri attillati e la giacchetta a fior di culo, con le dame tutte vestite con gonnellini e corpetti di tutti i colori del mondo tranne quelli normali. E scarpe lucide, brillantina, ombretti grevi sopra sguardi appena puberi, nonni vestiti da festa oppure padri in tuta da ginnastica con le mani gonfie di lavoro. La velocità vorticosa dei movimenti dei ballerini faceva pensare più alla prestanza atletica che alla coreografia. Mi impressionò specialmente, nella mazurca (o nella polka?) la gambetta che si alza all' indietro e scalcia, in una specie di scalpitio selvatico, robusto, non molto estetico, segno che il liscio non si perde nelle bellurie e nelle mollezze borghesi, il liscio è una musica che si rivolge direttamente ai garretti. Chissà, piuttosto, se non sia in qualche modo rimediabile la tragedia vera delle canzoni "alla Casadei", che sono, da sempre, i testi. Anni luce dai tanghi e dalle milonghe, da certi calipsi malinconici (la musica popolare ha spesso parole eccellenti), per non dire dalle canzoni napoletane, anche le meno "letterate". Che bella cosa è na jornata 'e sole è un verso bellissimo, e vale dieci volte l' intero testo (orribile) di Romagna mia. Ci vorrebbe qualche paziente scrittore di versi che, piegandosi umilmente alle esigenze del "rattarattarà", provasse a onorare la musica popolare romagnola come merita. La Romagna ha grandi poeti come Baldini. Il liscio è ancora in cerca di autore.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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