Vittorio Zucconi: la solitudine di re Giorgio

Con un giaccone di fustagno scuro da rude "farmer" texano, lui, il figlio della nobiltà yankee venuta dall’Atlantico che mai toccò una zappa, aggrappato alla moglie Laura, un po’ troppo truccata per le otto del mattino in campagna (ma la telecamera è perfida con le signore sessantenni) il re vacillante di un regno che non lo ama più ha votato in una stazione dei pompieri in campagna, e il simbolismo si racconta da solo. Non ha potuto fare a meno, George W. Bush, di tornare per le prime ore del "dies Iraq", il giorno del giudizio elettorale sulla sua catastrofe d’oltremare, nel ranch a Crawford, dove da sei anni ruminano più agenti del Servizio Segreto che bovini e dove, tra due anni, ha giurato di ritirarsi a morire come un ‟Texas Cincinnato”. Ha voluto rituffarsi nel fonte battesimale della immagine fittizia del ranchero che ha costruito per far dimenticare la realtà di una vita vissuta ‟con il cucchiaio d’argento in bocca” e la Bibbia in mano, per governare quella parte di nazione che gli ha voluto disperatamente credere, ma che sembra sul punto di abbandonarlo, perché lui ha abbandonato la nazione. Si sente solo, un poco amareggiato, anche un po’ sciupato, senza il fondo tinta o il rossetto di Laura, dopo lo sprint della campagna elettorale, e il Texas delle sue fantasie lo rincuora, lo rassicura, anche perché da quelle parte piove poco. ‟Mi sento come Noè quando gli portarono le previsioni del tempo” ha confidato a Karl Rove, il maghetto delle sue vittorie elettorali che gli mostrava i sondaggi. Sa essere spiritoso e autoironico, quando non recita i copioni magniloquenti scritti da altri. Avrebbe benissimo potuto votare a Washington, dove da sei anni ha residenza ufficiale al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, che sarebbe l’indirizzo della Casa Bianca. Ma ha mantenuto la residenza elettorale in quel ranch, tra quei panorami monotoni e infiniti a sud di Dallas, con la colonna sonora dei muggiti e del rumore lontano di treni merci che attraversano questo miserabile paesino senza neppure un semaforo (ma con tre empori che vendono pistole e fucili). SEGUE A PAGINA 3 Il tuffo nell’erba alta della prateria e tra i covoni gli ha dato la forza per attendere poi alla Casa Bianca il risultato di un giorno elettorale carico di brutti presentimenti e di poche miracolistiche speranze. Ma non si è arreso, perchè questo Re Giorgio, a differenza del suo omonimo sovrano d’Inghilterra, è un combattente e non voleva passare alla storia come un altro Giorgio che ha perduto l’America, soprattutto non a vantaggio di quei Democratici che odia con appassionato fervore, arrivando a dire, in uno dei suoi ultimi comizi tra fedelissimi osannanti che ‟chi vota Democratico, vota per chi vuole far male all’America”. Ha parlato due volte con il papà, un altro Giorgio, il Vecchio, ma neppure il padre o la mamma dal casco bianco, Barbarona, che da piccolo gli preferiva il fratello Jeb, più bello e intelligente, hanno potuto rasserenarlo nell’attesa del castigo elettorale del partito repubblicano, o del miracolo dei voti moltiplicati come i pani e i pesci, dai boss locali. Papà non gli ha mai perdonato quell’implicito tono di rimprovero per la mancata invasione dell’Iraq nel 1991, dopo la vittoria in Kuwait, e fu lui, attraverso il fedele Colin Powell, a ricordare al figliolo la ‟legge della porcellana”, quella che se entri in un negozio di terraglie e sfasci tutti, poi i cocci sono tuoi e li devi pagare. E’tornato a casa, quella di Washington, a metà giornata, dove lo aspettavano Dick Cheney, il suo tutore, che ha già fatto sapere, con il tono di chi porta i pantaloni in casa, che comunque vadano le elezioni in Iraq ‟si andrà avanti a tutta velocità”, e con i primi sondaggi d’uscita Karl Rove, ‟il mio architetto elettorale”, come lo elogia in pubblico George, riservando ai momenti di intimità il meno grazioso soprannome di ‟Turd blossom”, fior di stronzo. Non c’erano impegni ufficiali, appuntamenti diplomatici, decisioni politiche da prendere nè documenti delicati, ieri sulla scrivania di noce ripulita dalla segretaria, perchè Potus, l’acronimo ufficiale per il President Of The Unites States potesse distrarsi un poco in compagnia della sua Flotus, la First Lady Of The United States, Laura, che ha dovuto festeggiare i suoi primi sessant’anni tre giorni or sono, impietrita nel sorriso di lavoro alle spalle del marito sui palchi di palestre dai quali tentava di rincuorare i fedeli e motivare i tiepidi. In Iowa, Pennsylvania, Georgia, Montana, Ohio e Florida, 40 tappe in sette giorni, fino all’ultima stazione del suo peregrinare, dove lo avrebbe atteso la spina più dolorosa. Il rifiuto del candidato repubblicano alla successione proprio del fratellone Jeb per il governatorato di quello stato, Charlie Crist, che non si è presentato al comizio organizzato per lui, sostenendo di essere occupato in un’altra città. Se dovesse perdere le elezioni, la solitudine di King George in quella casa sempre troppo piccola quando il mondo è una palla tra le tue mani, sempre troppo grande la palla diventa una patata bollente, diverrebbe terribile. I topi già hanno cominciato a saltare dalla nave, dai teologi neo con, quelli del ‟cambio di regime” e della sciagurata guerra preventiva, che si preparano a cercare lavoro presso i futuri signori della capitale, secondo le regole universali dei regni al tramonto, per finire a quei repubblicani rieletti rinnegando il loro ‟bushismo”, come il governatore della Florida, che già leggono il profugo della Casa Bianca come il giornale di ieri. ‟Ma io resterò convinto di avere fatto la cosa giusta in Iraq, anche se alla fine restassero soltanto Laura e il mio cane Barney a darmi ragione” ha detto Bush, un po’ patetico, molto solo. E se non è un’affermazione molto lusinghiera per la Flotus, per Laura, almeno conferma la validità storica di quello che un altro presidente impopolare per una guerra, Harry Truman, consigliava: ‟Se vuoi avere un amico fedele a Washington, comperati un cane”. E poi magari portalo, con la moglie, se lei è ancora disposta a recitare al tuo fianco, nel mezzo del nulla texano, ad ascoltare i treni merci che passano via nella notte, come il potere.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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