Vittorio Zucconi: Caso Mastrogiacomo. Il gioco delle parti

In una storia dalle molte versioni frammentarie ed esposta a troppe strumentalizzazioni politiche, una semplice verità affiora dal fondo delle polemiche: non esiste nessuna ‟crisi di affidabilità italiana presso il governo degli Stati Uniti, che della presenza italiana in Afghanistan continua ad avere una vitale necessità politica. E se le prime reazioni di Washington sembravano indicare il contrario, ciò è avvenuto perché, non sorprendentemente, è stata semmai l’amministrazione americana a fare per due settimane un legittimo, comprensibile, quanto evidente doppio gioco. Con una mano sotto il tavolo, autorizzando una trattativa difficilissima che da solo il presidente Karzai non avrebbe mai potuto condurre a buon fine e con la mano visibile ammonendo l’Italia, e attraverso di noi tutti i governi della coalizione Onu, a non trattare. Le prime reazioni un po’stizzite, e sicuramente sorprendenti per chi dall’Italia era stato in contatto frequente con Washington durante, e non dopo, la conclusione, servivano a confermare una linea di principio, la "linea della fermezza", per nascondere quello che l’altra mano faceva, cioè dare l’ok al governo afgano, perché, come notava ieri lapalissianamente il New York Times, "l’Italia non ha - e non avrebbe potuto - agire da sola in uno scambio di prigionieri". Perché sono "il governo afgano e gli Stati Uniti ad avere il controllo del Paese". Nella triangolazione fra Washington, Kabul e Roma creatasi attorno al giornalista italiano rapito dai Taliban, si è dunque prodotto quel gioco delle parti che tanto spesso va in scena di fronte ai dilemmi sempre insoluti e insolubili del come reagire di fronte a ricatti terroristici, in crisi per le quali non esiste mai una soluzione universalmente applicabile. E se il ruolo umanitario più difficile era quello tristemente toccato a noi, alla nazione che aveva un proprio concittadino prigioniero di tagliatori professionali di teste, la parte politica più spinosa era quella che aveva investito l’America, costretta a muoversi fra la propria intransigenza ufficiale, il rispetto formale per un capo di Stato che essa cerca di far crescere nella sua credibilità, Karzai, e la necessità di riconoscere all’Italia il diritto di fare ogni sforzo per salvare la vita di un proprio cittadino, in un momento di particolare fragilità politica del governo e quindi della presenza militare in Afghanistan. La falsa "crisi" nei rapporti fra Palazzo Chigi e la Casa Bianca, tra la Farnesina e il Dipartimento di Stato, fra D’Alema e Rice, è tutta qui, chiusa e contenuta nella contraddizione fra la fatica americana di salvare la faccia e la fatica italiana di salvare una vita. Gli Stati Uniti non potevano restare pubblicamente impassibili di fronte a una violazione così evidente del principio di "non negoziabilità" e dovevano segnalare, agli alleati Nato così come ai nemici, che l’atteggiamento umanitario italiano non comportava un cambiamento nella scelta pubblica, anche se privatamente non sempre rispettata, del non trattare mai. Ma non potevano neppure negare il via libera a Karzai e permettere, dopo quella dello sventurato autista, anche l’uccisione del nostro giornalista, senza compromettere una coalizione che, anche in Afghanistan come in Iraq, paurosamente scricchiola, dopo anni di guerra a dir poco inconcludente. Né questo doppio gioco, o doppio binario se si preferisce un’espressione più dolce, della politica americana tra segnali pubblici e mosse private, è una novità, come ricorda lo stesso Dipartimento di Stato nel chiudere questo ennesimo e inesistente "strappo" transatlantico, che nella stessa Italia soltanto qualche pesce pilota della demagogia di opposizione aveva alimentato, prima di essere rimesso in linea. La stessa riprovazione, per gli stessi motivi, era stata manifestata da Washington quando un governo di destra aveva condotto trattative e versato riscatti per salvare, con altrettanto sforzo fino al sacrificio della vita di un proprio servitore, altre vittime di rapimenti. Anche in quella occasione, nell’assassinio di Calipari, venne, sul fronte politico opposto, il sospetto che gli americani a Bagdad ‟non potessero non sapere” e che dunque l’agguato sulla autostrada per l’aeroporto fosse una lezione agli italiani, non una tragedia dell’incompetenza e del nervosismo di una sentinella. È probabile che questa volta, nel caso Mastrogiacomo, quegli americani che a Washington come a Kabul non potevano non sapere abbiano fatto il possibile, e trepidato, perché nella confusione degli scambi di prigionieri e nel lungo viaggio di Daniele verso la libertà, non accadesse alcun incidente e chi lo accompagnava godesse di impliciti lasciapassare. Non soltanto dunque Washington non si è opposta alla trattativa, non l’ha bloccata come avrebbe potuto fare con un gesto della mano nascosta, non ha approfittato dell’occasione per colpire altri Taliban, come avrebbe potuto fare perché è nel momento dello scambio che la vulnerabilità è al massimo, ma forse ha addirittura protetto, con gli infiniti occhi elettronici e sensori dei quali dispone in Afghanistan per sorvegliare i Taliban, l’operazione, per poi condannarla in pubblico. Nessuno si deve scandalizzare, né meravigliare, se nel "grande gioco" oscuro e sordido dello spionaggio, della politica, della guerriglia e della controguerriglia, tutti bluffano, tutti proclamano il contrario di quello che hanno in mano, tutti giocano una parte in maschera dentro una tragedia che continua. E che diventa farsa grottesca soltanto quando viene deformata attraverso le lenti della miopia provinciale italiana.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te