Vittorio Zucconi: Iraq. Colpo al cuore della fortezza americana

Annunciata in febbraio come ultima spiaggia sulla quale fermare la marea del disastro iracheno e vincere la guerra, raccontata imprudentemente già l’8 marzo scorso da George Bush come ‟un successo incoraggiante”, l’escalation della guerra in Iraq sta producendo i risultati facilmente e tristemente previsti: un cambio di strategia del nemico che sceglie dove e come colpire, e riesce a ferire addirittura il cuore della fortezza americana, la Zona Verde, facendo strage di parlamentari e di personale civile in una caffetteria, quattro anni dopo l’altro, mitico annuncio di ‟missione compiute”.
Esattamente come una generazione fa, all’alba del 31 gennaio 1968, quando i Vietcong assalirono e occuparono a sorpresa l’ambasciata americana a Saigon mentre il presidente Lyndon Johnson e il generale Westmoreland promettevano la vittoria a portata di mano, il paradigma impossibile di tutte le guerre asimmetriche, fra l’elefante e il topo, si ripresenta quasi negli stessi termini militari e propagandistici, anche se certamente non politici. Al topo basta restare vivo e rosicchiare per vincere il duello con il pachiderma. Le reazioni del presidente americano al doppio attacco della guerriglia a Bagdad, con la demolizione del ponte sul Tigri e le bombe esplose dentro la impotente cittadella del governo e dei suoi lord protettori americani, sono, nella loro disperata banalità, la conferma che il colpo psicologico subito dal piccolo edificio di ottimismo che la Casa Bianca stava tentando di costruire, è stato durissimo. Oltre alla scontata condanna delle azioni e alle promesse di continuare ad appoggiare il primo ministro al-Maliki, Bush ha dovuto riesumare la dottrina della "carta moschicida", che non usava più da tempo. Ha tentato cioè di associare la guerriglia in Iraq con la sicurezza degli Stati Uniti, sostenendo in pratica che è meglio, per i cittadini americani, se il terrorismo è impegnato a distruggere Bagdad, piuttosto che a colpire una metropoli in Nord America. ‟È nel nostro interesse aiutare questa giovane democrazia”, versione nobile del ‟meglio combatterli là, che trovarseli di fronte qui”. Sarà anche vero che ‟i nostri cuori sono vicini a coloro che soffrono”, e che il governo di Bagdad ‟sta compiendo passi verso la riconciliazione nazionale”, come il Presidente cerca di dire, ma il legame, essenziale per tenere il fronte interno, fra la strage quotidiana irachena e la sicurezza interna degli Stati Uniti, che la propaganda aveva cercato di creare per spiegare l’invasione come una risposta all’11 settembre, non funziona più da tempo. La doppia offensiva, quella militare, affidata al generale Petraeus, e quella di immagine, sostenuta dai pochi media che ancora sostengano la Casa Bianca, si annullano a vicenda, perché la contabilità degli attacchi della guerriglia, diminuiti a Bagdad ma cresciuti nelle province, si scontra con la potenza simbolica dei ponti demoliti e del sancta santorum facilmente violato e insanguinato. Raccontare che le cose ‟vanno meglio” e che ci sono segnali di progresso, ricorda, di nuovo, la collera dei generali americani nel 1968 quando sostenevano che i Comunisti avevano subito una colossale disfatta militare nella loro offensiva del Tet, perdendo migliaia di militanti e di soldati.
Era tatticamente vero, ma strategicamente, nella battaglia per i "cuori e le menti" del pubblico americano, vietnamita e internazionale, la disfatta era stata devastante. Il topo aveva rosicchiato, era vivo, nonostante gli sforzi dell’elefante per schiacciarlo. Peggio ancora, questo sorcio infetto del terrorismo che il vento della "democrazia" esportata in Afghanistan e in Iraq avrebbe dovuto sterminare, si sta riproducendo. Anziché il circolo virtuoso annunciato dalle screditate farneticazioni degli ideologhi della guerra preventiva e ora della escalation, stiamo assistendo a un allargamento del circolo vizioso alimentato dalla impossibilità di produrre una vittoria risolutiva e dalla imprevidenza dei suoi protagonisti. L’Afghanistan, la storica occasione perduta per correre dietro alla chimera irachena, sta ripiombando sotto l’incubo Taliban, con l’esplicito appoggio del vicino Pakistan che ha creato, come 30 anni or sono Laos e Cambogia per Hanoi, regioni santuario per i terroristi islamici.
Sigle apparentate ad Al Qaeda colpiscono Algeri e Casablanca, soldati americani continuano a morire al ritmo quotidiano di sempre, migliaia di sciiti, i perseguitati da Saddam Hussein, scendono in strada a Najaf per onorare proprio la memoria del loro aguzzino, e sfidare i loro presunti liberatori. E quel vento impetuoso della democrazia che avrebbe dovuto soffiare sul mondo arabo ha portato invece il segretario di Stato Condoleezza Rice ad aprire i primi contatti con paesi come la Siria, visitata anche dalla Presidente della Camera Nancy Pelosi e ha reso l’Iran di Ahmadinejad ancora più impudente.
Non è dunque l’attacco sensazionale alla fortezza dell’occupante, alla Zona Verde, che non è il primo e non sarà l’ultimo, ad angosciare Bush, a indurlo a rispolverare la tragica dottrina della "carta moschicida", del "meglio che muoiano gli iracheni piuttosto che noi". È ormai l’effetto critico raggiunto dallo stillicidio di cattive notizie che la propaganda dell’ottimsimo e del mezzo bicchiere pieno non riesce a controbilanciare. Parlare di ‟progressi”, di fronte alla permanenza degli assalti, o dichiarare, come ha fatto il senatore McCain dopo una fulminea visita a un mercato di Bagdad, che ‟si fa ormai la spesa lì come la si fa nello Iowa”, quando le telecamere lo inquadrano in giubbotto anti proiettile, circondato da 100 soldati in assetto di guerra e sorvegliato da quattro elicotteri armati, non è più soltanto ridicolo, è offensivo e non soltanto per gli abitanti dello Iowa. Purtroppo, nulla di serio e di profondo cambierà, nell’attesa di quella ‟vittoria” che lo stesso generale Petraeus, massimo esperto in uniforme di insurrezioni e controguerriglia, ha già detto essere ‟militarmente impossibile”, perché Bush non può ammettere la verità senza riconoscere la sconfitta della propria missione e della propria presidenza. La situazione continuerà a ‟migliorare” in Mesopotamia, altri soldati saranno spediti o rispediti al fronte per dare la caccia ai sorci per altri 20 mesi, fino a quando questo Presidente potrà scaricare la responsabilità sul proprio successore nell’illusione che la sua sconfitta abbia, davanti allo storia, il volto di un altro.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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