Michele Serra: 25 aprile. La deriva antagonista

Il 25 aprile, natale della democrazia italiana e della ritrovata indipendenza nazionale, è spesso stato, suo malgrado, una vetrina delle ricorrenti e aspre spaccature della sinistra. I fischi di ieri a Cofferati, Pericu e Bertinotti, opera dei militanti dei centri sociali, si collocano in questa interminabile scia, alla quale aggiungono poco, se non la stracca irriducibilità di uno spirito di fazione che galvanizza da sempre pezzi molto rumorosi, e piuttosto narcisi, della sinistra estrema. Tutto più o meno come una trentina di anni fa, anzi trentacinque, quasi quaranta. Quando i lunghi cortei dei partiti e dei sindacati venivano contestati dall’onda (allora robusta e quasi di massa) degli studenti convinti di essere i soli eredi coerenti della lotta partigiana, "tradita" dall’imborghesimento della sinistra parlamentare, dai cedimenti di padri infingardi. Anche allora la presenza in piazza di democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali (due o tre: eroici) era considerata, dai presunti tutori della purezza partigiana (gli avi politici di quelli che ieri hanno inveito contro il sindaco Moratti) come una intrusione sgradita. E ai partigiani veri, che avevano memoria politica e perfino fisica del fronte largo degli antifascisti, toccava fare quadrato attorno all’unità della piazza.
Tutto già visto, dunque, e già sentito, con quel senso di decrepitezza, di fossilizzazione che la politica italiana si trascina addosso non solo nelle stanze del potere, ma ahimé anche nelle piazze. Ma almeno due delle grida udite ieri a Milano meritano un sussulto: uno slogan minaccioso contro Ilda Boccassini, che conduce l’inchiesta contro i nuovi brigatisti, e uno striscione di solidarietà con i "compagni arrestati", riconducibile alla stessa vicenda.
La domanda da farsi è se questi mini-rigurgiti da anni di piombo siano riconducibili al cretinismo incosciente di piccoli drappelli, o facciano parte di una rinascente simpatia politica, meditata e partecipata, per la lotta armata. In particolare l’avvertimento al giudice Boccassini, già in prima linea nella lotta alla mafia e poi nelle inchieste che hanno coinvolto, tra gli altri, anche Silvio Berlusconi, richiama da vicino l’odio molto mirato che il terrorismo storico ebbe per quelle personalità dello Stato, magistrati in primis, che si erano meglio battute nella difesa della democrazia repubblicana e delle sue leggi.
Recenti episodi (vedi la stella a cinque punte che accompagnava, del tutto incongruamente, una scritta murale contro il vescovo Bagnasco) fanno propendere, invece, per il cretinismo maldestro, con un uso dei segni più da ultras di calcio che da cultura politica. Un uso post-moderno - più modaiolo che ideologico - di quello che passa in quel momento il ricco mercato della minaccia e dell’insulto.
Comunque sia, i due ingredienti (eventuale e voluto rilancio della violenza come solo autentico viatico dell’"autodifesa di classe"; cretinismo imitativo) hanno in comune, oltre al pauroso anacronismo, l’incomunicabilità totale con la realtà sociale, con i conflitti in corso, e perfino con il sempre invocato "antagonismo politico", che da che mondo è mondo ha pagato al terrorismo e alla violenza i prezzi più alti, quasi sempre azzerandosi: niente come un’ondata di violenza estremista è l’ideale innesco di una restaurazione politica, come dimostra ampiamente la storia italiana dei Settanta e degli Ottanta.
Ma di questo è sommamente inutile parlare con i portatori insani di quello striscione e di quello e altri slogan. La superbia del giudizio tranciante e assoluto, la certezza di essere i soli depositari di indimostrate verità rivoluzionarie, rendono totalmente autistico il percorso mentale e spesso anche il percorso politico di queste frange. L’odio recente per Bertinotti e Rifondazione è il tipico sbocco, a mezzo tra il ridicolo e il disperato, di ogni "avanguardia" autoproclamata, che osteggia e attacca prima di tutto il "nemico" confinante, quello che leva terreno politico e adrenalina al potenziale allargamento del piccolo gruppo. Per queste persone, tra le quali è doloroso immaginare anche ragazzetti sprovveduti, insieme a quale maturo fanatico, il novero dei traditori è quasi infinito: il tradimento inizia un metro fuori dal centro sociale, subito fuori dalla piccola cerchia di amici, dalla nicchia protettiva e confermativa. Il richiamo alla "classe operaia", alle "masse", ai "popoli" illustra, per contrasto, una sterminata solitudine. Molte "azioni esemplari" nascono proprio da questa separazione paranoica tra il Piccolo Gruppo Virtuoso e il mondo cattivo, che deve essere punito. Non si sa se la Digos disponga di psichiatri. Servirebbero.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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