Umberto Galimberti: Quando l’orco è una donna

Quello che più impressiona in questa storia di (ormai dobbiamo dirlo) ‟ordinaria pedofilia”, è la presenza, in questo gioco tragico e perverso, di quattro donne: tre educatrici e una bidella della scuola materna, a cui le mamme ogni mattina, in piena fiducia, affidavano i loro bambini. Le donne, durante la giornata, consegnavano i piccoli a loro affidati agli orchi, per le loro mostruosità fisiche e per giunta videoregistrate per la gioia dei perversi voyeur. Probabilmente le maestre d’asilo lo facevano anche per denaro, dal momento che il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di tutti i valori e i disvalori della nostra e delle altre culture. Ma chi è quella donna - che a differenza del maschio ha una particolare e specifica sensibilità per i bambini che genera, cresce, interpreta, ama - capace di questa terribile mediazione? Conosciamo i protettori che prostituiscono le minorenni, le tenutarie di appartamenti che gestiscono le ragazze spesso ridotte in schiavitù, ma non ancora le maestre d’asilo che affittano i bambini per le pratiche truci degli adulti. Per denaro, con molta fatica lo si capisce, ma non basta. In loro si è spezzato il più elementare dei sentimenti, quello che accomuna uomini e animali e che genera, immediatamente e senza riflessione, la cura dei piccoli che commuovono per la loro impotenza, la loro fragilità, la richiesta d’aiuto e protezione che traspare dai loro occhi pieni di invocazione. Questo sentimento primordiale, nucleo caldo a partire dal quale si generano i sentimenti meno innocenti, ma pur sempre significativi dell’età adulta, in loro non si è costituito o, non si sa per quale stravolgimento della natura, si è rotto. E noi non ce ne siamo accorti. E quando dico ‟noi” dico la famiglia in cui queste educatrici sono cresciute, gli insegnanti che nella loro formazione hanno incontrato, gli esaminatori che le hanno abilitate alla professione, la direzione dell’asilo che le ha viste all’opera. Nessuno se ne è accorto. E questo per due motivi. Perché fatti del genere sono impensabili, anche se, come si vede, non impossibili, e perché sulla pedofilia, come avremo modo di verificare tra qualche giorno dopo questo episodio, regna un grande silenzio. Innanzitutto perché è difficile veder chiaro in quella zona di confine dove i gesti truci dei pedofili sono così mescolati, intrecciati e confusi con i gesti di tenerezza, cura e amore per i bambini, da rendere indiscernibile dove finisce un gesto d’accoglienza e dove comincia un gesto di trasgressione. In secondo luogo perché le mura del riserbo, prima di essere del paese o del rione che un po’sa e un po’non sa, sono all’interno delle stesse mura di casa che non si vogliono profanate, e nella stessa interiorità individuale che rifiuta di veder chiaro tra le proprie fantasie, i propri impulsi, le proprie tendenze sconnesse e al tempo stesso forzate a fornire agli altri, e magari anche a se stessi, un’immagine impeccabile di sé. Ma questa volta il grande silenzio è stato rotto. E sapete da chi? Dai bambini. Che non volevano più andare all’asilo, che piangevano davanti all’ingresso, che, aggrappandosi alle favole che avevano sentito raccontare, parlavano dell’”uomo nero” che faceva loro male. E i genitori, grazie a Dio, questa volta li hanno ascoltati. I bambini non parlano mai per niente. I loro racconti utilizzano le favole che hanno sentito per dire cose vere. Sembra che divagano con la loro immaginazione. Sembra che facciano i capricci. Sembra che abbiano paure immotivate. Sembra. Ma non è così. Usano gli strumenti linguistici ed emozionali di cui dispongono per descrivere la realtà in cui vivono, e del cui malessere spesso non ci accorgiamo. Nei loro frammentari e divaganti discorsi noi scrutiamo l’intelligenza, mai la paura. Ci inorgogliamo per le loro fulminee ideazioni e scartiamo, come prodotti delle fantasie, le loro ansie e quel che di terribile nella realtà può capitare a loro. E che per descriverlo non hanno parole, perché nella loro breve vita ancora non sanno che cos’è la sessualità e tanto meno cos’è la violenza sotto la specie dell’amore. Le educatrici si sono inserite con abilità nell’ingenuità dei bambini, con astuzia perversa hanno sfruttato lo schema elementare, a loro ben noto, con cui i bambini visualizzano gli adulti e, allargando il campo dell’accoglienza, sono passate dal gesto di tenerezza al gesto truce verso soggetti che, per la loro età ancora troppo fragile e incerta, hanno un enorme bisogno d’amore e ancora non dispongono di conoscenza. Come sarà il futuro di questi bambini? Il "danno" non sempre è risanabile, come mai lo è quando non si hanno dispositivi mentali per codificare le esperienze che si fanno. Il danno non lo abbiamo evitato. L’abbiamo semplicemente interrotto. E questo grazie all’ascolto attento dei genitori che non hanno scambiato per ‟fantasie” le parole incerte dei loro bambini. Li hanno guardati da vicino, non hanno trascurato i loro sguardi tristi, i loro accenni vaghi, le loro paure che scoppiavano immotivate in circostanze normali, la loro gioia spenta, i loro silenzi che non si lasciavano sedurre neanche dalle cose che avevano sempre desiderato. Hanno raccolto i frammenti dei loro racconti. Li hanno messi insieme con cura. Hanno fatto i genitori come spesso non si fa. L’invito a tutti noi è di seguire il loro esempio, mentre la richiesta forte e chiara da rivolgere a chi promuove e mette in ruolo bidelli, insegnanti, educatori, soprattutto nei primi anni in cui i bambini fanno esperienza in comune, è quella di esercitare un rigore e un’attenzione continua senza esitazione e senza pietà, perché il danno, il più delle volte, lascia una traccia che non si cancella più.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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