Umberto Galimberti: La clinica che inventò l’analisi

Dell’anima s’era detto tutto: che era buona o cattiva, mortale o immortale, che poteva salvarsi o dannarsi, conoscere la verità o cadere nell’errore. Elevata a dimora di Dio, la si trovava nei discorsi degli amanti, a garanzia che il desiderio non era solo desiderio di corpi. Il suo compito era nobilitare tutto ciò che nell’uomo "senz’anima" sarebbe apparso poco nobile. Fu nel Settecento che si prese a pensare una cosa impensata: che l’anima potesse ammalarsi e richiedere medici dell’anima. Nacque la psichiatria e con essa la medicalizzazione (iatria) dell’anima. L’ipotesi psichiatrica tolse all’anima un po’della sua aureola e soprattutto ridusse la sua distanza dal corpo. Se l’anima poteva ammalarsi, dov’era più quella differenza tra anima e corpo che dall’antichità al Settecento e oltre aveva prodotto tante visioni gratificanti e compensatorie del destino umano? Un secolo dopo nacquero la psicologia, studio scientifico dell’anima consegnato alle ipotesi e alle verifiche di laboratorio, e subito dopo la psicoanalisi per "sciogliere (in greco: analyo) con la parola i nodi dell’anima. Tra l’anima e la parola ci fu sempre una profonda parentela. Fu infatti il linguaggio (e non l’amore) ad affascinare l’anima, che da allora si produsse in tutte le parole che, dalle più semplici alle più complesse, compongono quel concerto dell’anima che si chiama arte, poesia, narrazione, letteratura, in una parola cultura. E uomini ci cultura - come Gerard de Nerval e Guy de Maupassant per farsi curare, Alfred de Vigny, Hector Berlioz, Eugène Delacroix, Alexandre Dumas come visitatori e saltuari frequentatori, Jules Verne e Ernest Renan come padri angosciati per la salute mentale dei loro figli - ritroviamo ne La Maison du docteur Blanche. Una casa di cura privata per malattie mentali aperta a Parigi da Esprit Blanche (1796-1852) e diretta, dopo la sua morte dal figlio Emile (1920-1893), i quali, ai terribili metodi di contenzione in uso all’epoca, sostituirono l’ascolto dei pazienti e quella cura con la parola che, nel secolo successivo, diverranno le forme terapeutiche adottate dalla psicoanalisi e dalla psichiatria fenomenologica. Ma La casa del dottor Blanche, non era solo un luogo di cura, era anche un luogo di osservazione per studiare da un lato i rapporti tra ragione e follia e dall’altro i legami segreti che legano la follia alla creatività. A promuovere questo tipo di ricerca era la persuasione che la follia è una condizione umana presente in noi come lo è la ragione. E una società, che per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, in realtà incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Come diceva Franco Basaglia: «Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere che è poi quella di far diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato». Non era questo l’intento di Philippe Pinel (1745-1826) che nel 1793 inaugurò a Parigi il primo manicomio, liberando i folli dalle prigioni, in base al principio che il folle non può essere equiparato al delinquente. Con questo atto di nascita la psichiatria si presenta come scienza della liberazione dell’uomo. Ma fu un attimo, perché il folle, liberato dalle prigioni, fu subito rinchiuso in un’altra prigione che si chiamerà manicomio. Da quel giorno incomincerà il calvario del folle e la fortuna della psichiatria. Se infatti passiamo in rassegna la storia della psichiatria vediamo emergere i nomi di grandi psichiatri, mentre dei folli esistono solo etichette: isteria, astenia, mania, depressione, schizofrenia. Ma la depressione, la mania, la schizofrenia sono davvero "malattie" come l’ulcera, l’epatite virale, il cancro? O il modo d’essere schizofrenico è così diverso da individuo a individuo e così dipendente dalla storia personale di ciascuno da non consentire di rubricare storie e sintomi così diversi sotto un’unica denominazione? A partire da queste considerazioni, Esprit ed Emile Blanche, che possiamo considerare discepoli ideali di Pinel, si avvicinano alla sofferenza psichica non come a una malattia, ma come alla storia potenziale di chiunque che, da un giorno all’altro, può trovarsi in una deriva di pensieri, sensazioni e sentimenti, i quali, sconnessi, affogano in quella luce nera e così poco rassicurante che, con un nome che oscilla tra il poetico, il geniale e il patologico, siamo soliti chiamare "follia" che, come vuole la bella immagine di Clemens Brentano, è «la sorella sfortunata della poesia». C’è infatti una creatività sempre incistata nella follia, c’è un bisogno di esprimere mondi altri da quello che abitualmente abitiamo, c’è un desiderio di espandere orizzonti fino alla vertigine del senza-confine, c’è la perla della conchiglia, come vuole l’immagine di Jaspers là dove scrive che: «Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita». Conosciamo la follia in due accezioni: come il contrario della ragione e come ciò che precede la stessa distinzione tra ragione follia. Nella prima accezione la follia ci è nota: essa nasce dalle procedure d’esclusione che scaturiscono da quel sistema di regole in cui la ragione consiste. Dove c’è regola c’è deroga, e la storia della follia, raccontata dalla psichiatria, è la storia di queste deroghe. Ma c’è una follia che non è deroga, per la semplice ragione che viene prima delle regole e delle deroghe. Di essa non c’è sapere, perché ogni sapere appartiene all’ordine della ragione, che può mettere in scena il suo discorso tranquillo solo quando la violenza è stata cacciata dalla scena, quando la parola è data alla soluzione del conflitto, non alla sua esplosione, alla sua minaccia. A conoscere questa follia non è la psichiatria ma la creazione artistica che, di fronte al cosmo della ragione, il solo che gli uomini possono abitare, sa da quale fondo esso si è liberato, e perciò non chiude l’abisso del caos, non ignora la terribile apertura verso la fonte opaca e buia che chiama in causa il fondamento stesso della razionalità, perché sa che è da quel mondo che vengono le parole che poi la ragione ordina in maniera non oracolare e non enigmatica. Sono parole dettate da forze terribili perché, come nell’Empedocle di Holderlin, insorgenti con la potenza incontenibile del vulcano che scaraventa il suo fuoco verso il cielo, affinché non si dimentichi che l’ordine della terra ha la durata di un giorno. Un giorno lucido, che tenta di far dimenticare quella luce nera e così poco naturale, da cui in ogni istante ci difendiamo per non precipitare nelle tenebre dell’insensatezza. Eppure c’è chi si fa testimone di questa insensatezza per portarla alle sue espressioni più alte. Costui sacrifica la sua mente e mette la sua parola al servizio del non-senso. Precipizio di tutti gli ordini logici, massima vertigine, congedo del buon senso e delle sue ordinate parole. Per questo, scrive Jaspers nel sue considerazioni psicopatologiche sulla follia di Holderlin: «Nel caso dei poeti la questione della follia si pone altrimenti: ora il pericolo minaccia lo stesso poeta, ne può essere schiacciato, mentre il suo compito è proprio quello di trasmettere agli uomini, con la sua opera, ciò che di mortale vi è nel divino, già da lui assimilato e reso inoffensivo». Due ancelle giungono soccorrevoli intorno all’abisso che si è appena spalancato: la psichiatria con il suo catalogo di nomi, a proposito dei quali vale sempre il monito di Kant: «C’è un genere di medici, i medici della mente, che ogni volta che trovano un nome, pensano di aver conosciuto una malattia», e la creazione artistica che non dispone di nomi perché, abitando da sempre l’abisso, ne conosce l’insondabilità. Qui la pato-logia raggiunge la sua essenza, che non è da cercare nella malattia, ma in quel patire (pathos) che si fa parola (loghia). Se non accediamo a questa parola, che è "straniera" perché è "estranea" alla ragione, non sapremo più nulla di Dio e degli dèi e resteremo indecisi nei loro confronti, non sapremo morire perché più non intenderemo la nostra condizione di "mortali", non conosceremo il dolore se non nella forma dell’impedimento e della disperazione, non sapremo parlare se non in modo sempre più tecnico e impersonale, per cui finiremo con l’abitare il "chiuso" di un mondo popolato da uomini che conoscono un solo linguaggio, con cui danno titoli ai loro discorsi e regole alle loro azioni, le quali, oramai sorde al richiamo dell’"Aperto", come vuole l’espressione di Rilke, presiedono solo il recinto chiuso della sicurezza. Se, come Heidegger ci ricorda, la ragione è l’ambito rac-chiuso nella previsione del pensiero che calcola, allora la follia è la condizione dove è possibile arrischiare nell’Aperto, dis-chiuso del pensiero che dispone le cose in relazioni che oltrepassano il recinto delimitato del calcolo e chiamano in gioco i mortali e i divini, il cielo e la terra? Di questo sono capaci quei folli che già Platone segnalava "abitati dal dio". E allora qui si scorge il nesso tra follia e creazione artistica, naturalmente con il sacrificio dell’artista, il quale, con la sua catastrofe biografica, segnala la condizione che è la vita come assenza di protezione, da cui noi ci difendiamo non oltrepassando il recinto chiuso della nostra ragione, che abbiamo edificato come rimedio all’angoscia. Qui la psichiatria si ritira rossa di vergogna, mentre accanto alla follia resta l’arte come espressione sintomatologica della condizione umana. "Sin-tomo" è parola greca che vuol dire "co-incidenza". Quello che forse abbiamo ancora il timore di capire è perché, nelle loro espressioni più alte, arte e follia coincidono, perché accadono insieme.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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