Vittorio Zucconi: Afghanistan. Alleanza e sfiducia

Tenuta insieme con la pecetta delle ipocrisie e degli equivoci, la missione in Afghanistan di americani e Nato si scolla progressivamente sotto i colpi di bombardamenti martellanti che smentiscono le pretese di successo e delle inquietudini italiane che tradiscono le contraddizioni interne della nostra maggioranza. Tra un governo Usa che si è autocondannato a continuare sulla strada di operazioni militari sempre più dolorose per i civili e un governo italiano che si deve nascondere dietro il dito della "missione pacifica", la divaricazione è ogni giorno più evidente e l’equilibrio dell’ipocrisia reciproca sempre meno sostenibile.
La tragedia degli equivoci e delle menzogne che hanno avvelenato sin dal primo avvio la guerra alle basi del terrorismo si è risolta da tempo in Iraq dove la immaginaria "coalizione dei volenterosi" è ormai ridotta alla escalation delle sole forze americane, e ha fatto un altro passo verso l’inevitabile finale anche in Afghanistan con lo scambio di battute fra il ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema e il Dipartimento di Stato. ‟Il sovrapporsi della missione Isaf (la forza di pace internazionale sotto controllo Nato) ed Enduring Freedom (l’operazione militare americana) finisce per creare le condizione per un’azione militare non coordinata”, ‟inaccettabile” per le popolazioni locali e ‟politicamente disastrosa”. La missione ‟dovrebbe opportunamente concludersi”, avverte quindi Roma, alla quale Washington risponde con un: ‟sono missioni separate ma al tempo stesso complementari”, frase che significa in parole povere: voi europei continuate a far la guardia ai bidoni di benzina, mentre noi americani continuiamo a fare la guerra.
Il tono, dietro la formula, è quello classico e abituale di questa amministrazione Bush-Cheney e riassumibile con il proverbiale ‟ragazzino lasciaci lavorare”. Che la divaricazione fra il "senior partner" dell’impresa, gli Stati Uniti, e i soci di minoranza come l’Italia fosse ormai non più ricucibile è evidente da tempo, tra i piccoli ma eloquenti dispettucci diplomatici, come il mancato incontro fra la Rice e D’Alema e le sostanziali differenze nel giudizio su Hamas, che Roma considera comunque una forza popolare e Washington giudica una semplice organizzazione terroristica, nonostante il successo in un’elezione che proprio gli Usa vollero e imposero nei territori palestinesi. Lo strano animale politico militare creato in Afghanistan per accontentare tutti, un po’ soldato, un po’ vigile urbano, un po’ infermiere, un po’ tutto e un po’ niente, è soltanto la manifestazione sul campo di un dissenso che né il governo di Roma, né quello di Washington, hanno ormai interesse a ricucire sul serio.
L’amministrazione americana non ha alcun desiderio di rendere più facile la vita già precaria di una maggioranza di centro sinistra che già ha alzato le tende dall’Iraq e che non perde occasione, proprio con D’Alema, di dare lezioni a Washington e di prendere posizioni che disturbano il grande manovratore della Casa Bianca. L’amministrazione italiana, che riesce a mantenere attivo il finanziamento della missione Isef soltanto giocando sull’equivoco della "missione di pace", non può continuare a reggere il moccolo ad azioni militari che provocano sempre più morti civili e sempre più ostilità nelle popolazioni afgane oltre la cittadella di Kabul.
Di fatto, entrambi i soci che hanno costruito insieme la chimera, l’assurdo animale con due teste, una bellica e l’altra pacificatrice, non si fidano più l’uno dell’altro. La strategia americana a lungo termine, già confusa in Iraq, è ormai incomprensibile in un Afghanistan dove è stata perduta la grande occasione di costruire una società nuova insieme islamica e democratica per correre a inseguire il mito insensatamente ideologico del "cambio di regime" in Iraq. Le operazioni militari, soprattutto i bombardamenti indiscriminati, somigliano a un lugubre "gioco della talpa" dove l’avversario, martellato in un buco, rispunta subito dopo in un altro. Le azioni di pace, in teoria affidate anche all’Italia all’interno della missione Nato, devono ricostruire alla sera il favore popolare demolito al mattino da attacchi sempre più indiscriminati e divengono la fatica di Sisifo.
Non ci sono dunque incontri al vertice, comunicati, strette di mano che possano ricucire quello che sei anni di guerra senza fine e senza conclusioni hanno strappato. Bush e i suoi non potranno mai cedere a una nazione straniera, e certamente non a un "junior partner" il controllo neppure parziale della guerra guerreggiata, visto che non sono disposti ad accettare neppure la supervisione costituzionale della maggioranza nel proprio stesso Parlamento, a Washington. Un governo fragile come quello italiano non potrà sopportare a lungo la parte del gregario buono in una squadra che conduce una gara sempre più violenta e sanguinosa.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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