Vittorio Zucconi: Stati Uniti. La guerra delle spie

È stato un brivido di delizia, non di freddo, quello che ha scosso le (almeno) sedici agenzie ufficiali di spionaggio americane, quando nel Circolo Polare Artico sono riapparsi finalmente gli orsi che si temevano estinti. Non si erano più visti da quando erano stati rinchiusi nel museo della Guerra Fredda nel 1991, insieme con le balene nucleari abbandonate a marcire nei porti, o a intrappolare sciagurati marinai sul fondo dell’oceano. Ma quando gli orsi, come si chiamano in codice della Nato, i vecchi bombardieri Tupolev 95 ‟Bear” che avevano cominciato a volare quando Stalin era ancora vivo, hanno ripreso lo spionaggio nei cieli dell’estremo nord, intercettati dai nostri caccia, se Cia, Nsa, Dia, Nra, Fbi e tutto il resto dell’‟intelligence establishment” americano fossero uno stadio, avremmo sentito alzarsi un boato di tripudio. Per esistere, per prosperare, per giustificare gli investimenti enormi (e sempre segreti) di danaro pubblico, la colossale industria dello spionaggio e del controspionaggio ha bisogno ovviamente di spie avversarie. E di nemici più riconoscibili, più ufficiali, più tangibili di quegli spettri micidiali che si muovono sotto la troppo vaga cifra del ‟terrorismo fondamentalista” senza capo né coda. Dopo la miserabile figura fatta nella prevenzione e nella lotta contro Osama Bin Ladin e i free-lance del terrore, la Cia e le sue sorelle chiamate qui ‟la minestra delle letterine” per le loro sigle e i loro acronimi infiniti, ci informano di avere ritrovato i carissimi nemici di ieri. La Unione Sovietica metamorfizzata nella nerboruta e prepotente Russia del ‟mio amico Vladimir” e la sempre più aggressiva Cina, che ha il vantaggio di conoscere tutti i segreti della tecnologia americana, perchè è lei a costruire lo ‟hardware”, la ferraglia che la fa funzionare. Quello che l’11 settembre non era riuscito a fare, hanno fatto qualche pezzo di antiquariato sovietico volante e i tentativi di ‟hackeraggio”, di penetrazione dei computer del Pentagono - pare - dalla Cina, per restituire ragion d’essere a una lobby del ‟grande gioco” spionistico che viveva nella malinconica condizione di vedova della Guerra Fredda. ‟Mai si era vista una tale attività spionistica contro gli Stati Uniti” ha detto l’ammiraglio in pensione Mike McConnell, il ‟direttore dei direttori” delle agenzie di intelligence nominato da Bush, rivelando ciò che tutti già sanno, che la competizione strategica fra l’impero cinese e quello americano sarà il cuore caldo del XXI secolo. Nessuno può dire se questo sia vero o falso, ricordando il monito di uno dei padri fondatori della Cia, James Angleton, ‟niente di quello che sapete sullo spionaggio è vero”, ma verissimo è il fatto che l’annunciato ritorno della cara estinta, la ‟Guerra Fredda” (quella che Reagan diceva di avere chiuso e vinto una volta per tutte) è una magnifica notizia per quell’industria dell’intelligence che costa al contribuente americano almeno 100 miliardi di dollari all’anno e impiega, dai fattorini nella sede di Langey agli agenti sparpagliati nel mondo sotto false bandiere, decine di migliaia di persone. Il grande gioco alla Le Carrè, Len Deighton, Ian Fleming, non era mai finito. Si era, dopo la fine apparente dell’impero russo, le feste a Eltsin e Putin e la decisione di usare la ‟Cina Rossa” come forza lavoro a basso costo per congelare i salari americani e demolire i sindacati, deciso di ignorarlo, mentre in realtà continuava. Lo dimostrarono l’incidente aereo nei primi giorni della presidenza Bush (fu lui a parlare di ‟competizione strategica”) fra velivoli cinesi e americani, e la scoperta che da tempo l’aviazione di Bejing adopera aerei passeggeri riconvertiti, i trireattori Tupolev 154, per lo spionaggio. Se oggi si è scelto, a Washington, di riesumare gli scheletri o di rivelare dettagli nuovi, è perchè sotto la copertura della neo Guerra Fredda, l’amministrazione vuole nascondere l’espansione preoccupante dello spionaggio interno che Washington conduce massicciamente, nel nome della sicurezza nazionale, sui propri ignari cittadini e residenti. Secondo la America Civil Liberty Union, la controlobby costituzionale esecrata dalle destre, l’orologio della libertà personale sta ticchettando verso una ‟mezzanotte Orwelliana”, l’ora in cui tutti controlleranno tutti, nel nome delle guerra al terrore. Mancano sei minuti alla vittoria del Grande Fratello, dicono i libertari, e forse esagerano. Ma la riscoperta dello shock dello spionaggio sino-russo coincide troppo puntualmente con le rivelazioni sugli abusi dei piccoli fratelli interni che crescono, per non ricordarci che se lo spionaggio è il mestiere della barbe finte, non può essere il mondo delle parole vere.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te