Vittorio Zucconi: Usa. La generazione ´80 cancellata dalla guerra in Iraq

Trovare la generazione perduta dei ragazzi dell´80 è facile. Basta seguire i vecchi in cammino verso le tombe dei giovani, perché tutti i cimiteri di guerra sono fatti cosi. Sono mondi contronatura, città capovolte nelle quali i giovani stanno sotto la terra e i vecchi sopra. Nei giorni delle feste solenni, quando le scuole sono chiuse e gli uffici sono muti, sgambetta tra le lapidi qualche bambino che non ricorda nulla del padre sotto i suoi piedi, e si sdraia sulla terra come sul letto matrimoniale ormai vuoto qualche giovane donna che ha paura di dimenticarlo. Ma nei giorni feriali ci sono soltanto i vecchi e le vecchie, che magari hanno poco più di quarant´anni, ma hanno lasciato quello che restava della loro giovinezza nelle fosse dove giacciono i ‟ragazzi dell´80”, la leva dei ventenni americani inghiottita da un´altra guerra combattutta per mettere fine a tutte le guerre.
Ci sono più di 300 mila morti qui nel cimitero di Arlington, sulle colline della Virginia a sud di Washington oltre il fiume Potomac, che appartennero al generale comandante delle armate Sudiste nella Guerra Civile, Robert E. Lee. Seguendo i vecchi troppo orgogliosi per prendere l´autobus identico a quelli che scarrozzano i turisti a Disneyworld, per viali e i sentieri e pettinati come neanche il giardino del re, si arriva, all´incrocio fra York e Halsey road alla "Sezione 60", la più grande. La si riconosce subito, dalle lapidi di marmo ancora fresco e bianco, dai fiori e dai pupazzi sparsi. Soprattutto, l´annunciano due scavatrici giapponesi gialle che smuovono la terra delle nuove sezioni vicine, la 61, la 62, la 58, la 57. Dissodano e rimescolano la terra con le loro pale per fare posto agli altri ‟ragazzi e ragazze” dell´‘80, e presto del ‘90, che reclamano il proprio posto, in attesa paziente nei frigoriferi degli obitori militari chiusi per ordine al pubblico e ai media, per non turbare i sonni dei sudditi. La terra di queste colline alluvionali, che il fiume porta giù dai vecchi monti Appalaci, è accogliente, soffice e la madre del sergente Princess Samuels, una bella ragazza dalla carnagione color cappuccino a giudicare dalle foto che lei distribuisce a tutti, deve essere rassicurata dal becchino, quando vede la lapide della figlia un po´ storta. ‟Tutte si assestano, dopo qualche settimana, per il peso, nel terriccio bagnato e la superficie sopra la bara si infossa un po´. Ma noi torniamo a raddrizzare le pietre tombali e a ripianare il prato”. La signora Regina Samuels si rasserena un poco. ‟Si era arruolata per avere i soldi dell´università”, mi spiega come se fossi un parente e non uno sconosciuto importuno, nella spontaneità solidale di cimiteri e ospedali. Depone un´altra foto e una piccola zucca gialla. ‟Andava pazza per Halloween”, la festa dei morti che scherzano ed escono dai sepolcri. Questa, non credo.
Princess era del 1985. Quando morì in Iraq, anzi, nell´Operazione Iraqi Freedom come sta inciso sulla lapide, perchè la protervia della retorica politica non risparmia neppure i morti, era l´agosto scorso, dunque aveva ventidue anni. Una veterana, una ‟nonna”, accanto ai ragazzini che ora le fanno compagnia nella ‟Sezione 60”. Taylor Prazynski, caporale dei Marines, era del 1984. E´ morto nel 2004 il giorno del suo compleanno. Due lapidi un po´ pendenti più in là, Nils G. Thompson ci racconta di essere caduto a 19 anni, nato nel 1986, morto nel 2005, come 19 anni aveva il suo vicino, Christopher Joyer di New Orleans, 1986-2005.
Diciannove anni aveva anche Colin Joseph Wolfe, caporale dei Marines, di religione ebraica annunciata dalla stella di Davide incisa sulla lapide e poichè le guerre sono sempre molto politicamente corrette e strette osservanti delle pari opportunità etniche, dopo il polacco, la donna di sangue africano, l´ebreo, il sudista con il nome francese, a 19 anni si sono portate via il Marine vietnamita Alan Dinh Lan e il cinese capitano dell´esercito Y. L. Chen, senza croci, stelle o altri simboli religiosi. Che ritrovo invece sulla pietra candida e fresca di Humayun Saquid Muazzam Khan, capitano della US Army ucciso quando ormai era praticamente un pensionato, a 28 anni. Il simbolo è la falce di luna della sua fede, l´Islam.
L´età media dei 3.818 soldati americani volontari morti in Iraq (oggi saranno almeno tre di più) e dei 449 in Afghanistan, totale parziale 4.267, quasi il doppio delle vittime di al Qaeda nelle Torri Gemelle, è di 20 anni e sette mesi. Una giovinezza impressionante, per un esercito di professionisti, di volontari, un segno brutto di come si stia grattando il fondo di una generazione, per riempire i vuoti lasciati dagli anziani che se ne vanno appena scade il loro contratto con il Pentagono. Un´età che rammenta più i massacri dei nostri ‟ragazzi del ‘99”, o i reggimenti dei ‟kindermorder”, dei liceali tedeschi che partivano a farsi macellare sulla Marna, piuttosto che un´armata di soldati di mestiere. ‟Uccisi nell´esplosione del loro trasporto truppe blindato”, ricorda una lapide di marmo grigio più grande sopra una fossa collettiva che ospita i resti di cinque morti, non molti resti, a giudicare dalle dimensioni del rettangolo di erba fresca. 1983, 1984, 1985, 1986, ora anche qualcuno del 1987, nelle quattro fosse più recenti, ancora teenagers, nei loro 19 anni, con la barba non ancora completa, i seni ancora acerbi, dietro i giubbotti di kevlar spesso comperati dai parenti, con quelle maschere guerriere, gli elmetti da StarWars, gli occhiali scuri, il beccuccio rialzato del visore notturno a infrarossi eretto sull´elmo come il pennacchio di un lanciere.
Non ci starebbero tutti 4.267, nel terriccio sulle sponde del Potomac, e neppure uno sui dieci di loro, 400, è sepolto qui. Il ministero della Difesa e l´amministrazione dei parchi nazionali che controllano questa immensa città dei morti sono parsimoniosi nell´accettare candidati e non tutte le famiglie lo richiedono. Molti vecchi preferiscono seppellire i loro giovani vicino a casa, nella semplicità di un funerale qualsiasi, senza trombe, silenzi, alte uniformi, lacrime di coccodrillo e schioppettate a salve. Alcuni rifiutano per dispetto, per rabbia contro la guerra che ha consumato i figli, la effimera consolazione dell´eroismo ufficiale. Altri non si possono permettere viaggi aerei andata e ritorno attraverso una nazione continente, per portare un pelouche - quanti pelouche ho visto sulle tombe dei guerrieri bambini - una foto, una zucca, un mazzo di fiori, ma non una piantina, che è vietata. E di fronte a una nazione indifferente, che continua a voltarsi dall´altra parte per non vedere quello che ha fatto a una generazione, ai morti e ai 30mila feriti gravi, il raccoglimento di un piccolo cimitero in Mississippi o in Indiana è meno offensivo della prosopopea del ‟giardino di pietra”, come è stata ribattezzata la città dei morti. Sulle alture dalle quali si vede, dopo la caduta delle foglie, la Casa Bianca dove abita colui che li ha mandati a morire.
L´ultima fossa, la più recente, porta la data di nascita dell´anno 1987 e l´erba si è imbrunita per la siccità e la caldo innaturale di questo ottobre washingtoniano. Le zolle srotolate sopra la fossa, perchè seminare vorrebbe dire lasciare la polvere nuda fino alla crescita e fa brutto vedere, sono inaridite e i giardinieri si preoccupano. Tutto deve sembrare bello, dove niente lo è. Noi dobbiamo credere, fidarci, non vedere e portare qualche fiore ai figli. Magari anche un succhiotto rosa, che una madre ha fatto deporre a un bambino, davanti alla lapide del ‟lance corporal” dei Marines, Robert Mininger, classe 1984, morto nel 2005. Chissà se quella bambina ha fatto scenate, per togliersi quel succhiotto e che cosa ha dovuto dirle la madre, per convincerla, per mentirle, lascialo a papà, così dorme meglio.
E allora buonanotte, caporale.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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