Michele Serra: Scandalo Rai. Il silenzio dei banalizzatori

Gli uomini di mondo di questo Paese non si stupiscono mai di niente. Dicono che "si sapeva già tutto prima", che il controllo politico sulla Rai è cosa sgradevole ma ovvia, e doppiamente ovvia se a esercitarlo è stato (e in buona misura è ancora) il proprietario dell´azienda concorrente, nel frattempo divenuto capo del governo.
Gli uomini di mondo hanno ragione. Si sapeva già tutto prima. Lo si sapeva nel momento stesso in cui il conflitto di interessi, da questione di principio decisiva per tutti, nevralgica per la libertà dell´informazione e per la cultura politica di massa, viene defalcata a bega di partito, a polemica faziosa. E pezzi importanti della sinistra italiana decidono che è poco utile, poco "di mondo" continuare a sollevarla, tanto più se si è al governo e si deve dare prova di temperanza, forse per distinguersi meglio da un avversario così allegramente intemperante che quando va lui al governo fa ripulire la Rai dai giornalisti molesti.
Lo si sapeva nel momento stesso in cui un personale politico che (per la prima volta nella storia universale) è anche personale dell´azienda concorrente, compresa la segretaria privata di Silvio Berlusconi, viene paracadutato in Rai, e neanche il più sprovveduto dei dipendenti, in quei palazzi, può immaginare per un solo secondo che questa presenza sia senza conseguenze. Come se la Toyota nominasse un bel po´ di dirigenti della Ford: scelti non certo tra i più vispi sostenitori della concorrenza spietata.
Lo si sapeva e lo si diceva ben prima che un mazzetto di intercettazioni confermasse che – ovviamente – un "comune sentire" politico-commerciale aveva inevitabilmente, quasi naturalmente creato una zona grigia entro la quale berlusconiani Rai e berlusconiani Mediaset si sentivano e si intendevano. Alla faccia dell´autonomia politica dei giornalisti, ma anche e soprattutto alla faccia della concorrenza e del famoso Mercato, in questo scorcio d´epoca, e soprattutto qui in Italia, così bene assimilabile alla celebre ed efficace definizione di Ernesto Che Guevara: libera volpe in libero pollaio.
Lo si sapeva, ma è successo lo stesso: e questa, a ben vedere, è la vera brutta notizia. La vera brutta notizia è che delle cose si discute, e neanche troppo, solo quando sono già accadute. Quando diventano "scandalo" o "emergenza" e riemergono dal pur robusto stomaco di un´opinione pubblica frastornata e stanca. Riemergono, ma nel frattempo il grosso è già metabolizzato, è diventato fatto compiuto, prepotenza accettata, stortura stratificata, piaga che ha fatto il callo. Tanto che gli uomini di mondo hanno buon gioco a dire "beh? Non lo sapevate?". E ad alzare la voce, a lamentarsi del danno, restano i moralisti e gli ingenui, e naturalmente i faziosi le cui opinioni comunque risuonano in una specie di non-luogo, dove nessuno risponde a tono, nessuno replica nel merito. Si limitano a dire: tu ce l´hai con Berlusconi, tu sei ossessionato da Berlusconi, e cade nel vuoto ogni argomento anche semplice, anche logico, tipo "ma non è corretto, non è normale, non è onesto prendere lo stipendio da un´azienda e fare accordi con l´azienda concorrente. È anche contro la legge". Tutto questo, e molto altro, diventa: tu ce l´hai solo con Berlusconi.
Evidentemente mancano certi anticorpi, sono progressivamente scomparsi, o riposano in recessi così riposti del corpo sociale che non si riesce più a stanarli. Ma non gli anticorpi "politici": gli anticorpi civili, quelli di tutti, quelli che dovrebbero appartenere a sinistra, centro e destra allo stesso modo. Quelli che basterebbero ampiamente, per esempio, a rifiutare un incarico (e uno stipendio) alla Rai se si sa già in partenza di non dover dare troppo disturbo a Mediaset: nessun dirigente d´azienda può pensare serenamente, liberamente, onestamente al prodotto se è condizionato da altre fedeltà, altri scopi, altre appartenenze.
E se si ha molto da ridire, negli ultimi anni, sulla qualità media del prodotto Rai, è anche perché non era certo la qualità del prodotto a levare il sonno a molti dei dirigenti. Era, ovviamente, la propria fortuna politico-professionale, con obiettivi che andavano dalla mera sopravvivenza per i perdenti all´incremento del proprio potere per i vincenti, per giunta in quell´assurdo clima di precarietà, di impossibilità oggettiva di fare programmi a lungo termine che è la vera, micidiale anomalia della Rai, forse la sola azienda al mondo le cui sorti sono il mero ricalco di rivolgimenti politici, il rinculo di vendette politiche, baratti politici, regolamenti di conti politici. Con gli interessi aziendali riposti nell´ultimo cassetto di ogni scrivania, in attesa di sapere se domani o tra una settimana o tra un mese quella scrivania è ancora la tua…
Mancano, e mica solo alla Rai, quegli anticorpi che permettono di riattaccare gentilmente il telefono per dire "scusi, ma queste cose non si possono fare. O almeno: io non le voglio fare" (la parola "no" è la grande assente dal romanzo pur così verboso delle intercettazioni italiane). Quegli anticorpi che permettono di capire anche senza essere giureconsulti o intellettuali o raffinati polemisti (basta essere un cittadino con gli occhi aperti) che un sistema televisivo fatto di due sole aziende, entrambe sotto il controllo di uno stesso gruppo d´affari e di potere, non è un sistema televisivo da paese libero. Non lo è stato e, a quasi due anni dalla sconfitta del centro-destra, non lo è ancora, visto che l´assetto fondamentale della Rai è ancora molto simile al precedente, con lo stesso Consiglio d´amministrazione, la stessa lottizzazione delle reti (la Uno a Forza Italia, la Due a Alleanza Nazionale e alla Lega, la Tre ai "comunisti"): tanto perché si sappia, visto che nelle frequenti e non sempre limpide dispute sulle miserie della lottizzazione della Rai, pochi hanno la pazienza di entrare nel merito della effettiva distribuzione del potere, e dei budget attraverso i quali vengono gestite le tre reti.
Ma tutto questo, ripeto: è già accaduto. Lo stiamo rivedendo in moviola, come un fallo da cartellino rosso di una partita di diversi anni fa, il cui risultato è già stato omologato. E quello che abbiamo davanti in questi giorni è solo l´eco remota di uno scandalo abbondantemente consumato. Perché non ne accadano più, o meglio perché ne accadano di meno, bisognerebbe che gli anticorpi di cui sopra almeno si rianimassero un po´. Non per indignazioni di comodo e sbocchi retorici, così facili, così a breve termine. Al contrario: per levarci di dosso la fatica, ormai monotona, di passare da moralisti e da faziosi. Per giunta a scoppio ritardato, quando ti tocca sopportare, oltre al tono troppo alto della tua voce, anche il risolino di compatimento di chi sapeva già tutto. E non ha detto niente.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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