Vittorio Zucconi: Il nuovo volto di lady Clinton

Era una sconosciuta, una donna che nessuno di noi aveva mai visto prima, quella che alle 22 e 30 di martedì, indossando una giacca fantasia trapuntata in stile divani da Orient Express, è salita sul palco di un hotel del New Hampshire per annunciare una vittoria nella quale neppure lei, 24 ore prima, osava più credere. La Hillary Clinton che ha saputo fermare la ascesa dell’idolo dei mass media e dei sondaggi, Barack Hussein Obama, è la farfalla uscita dal bozzolo nel quale il timore di sembrare una donna, l’ansia di apparire più maschio dei maschi, più dura dei duri, più brava dei bravi, l’aveva soffocata. E infatti sono state proprio le donne a premiarla, a votarla in massa e a salvarla da una seconda batosta consecutiva che l’avrebbe trafitta definitivamente. Il volo della farfalla è la novità che ha cambiato, forse definitivamente, il corso di queste elezioni primarie fra i democratici per scegliere il campione da inviare nella corsa contro chiunque l’altro partito, il repubblicano pescherà nel fritto misto di candidati che si scavalcano, si battono, si azzuffano l’uno con l’altro in una mischia confusa senza favoriti. Ed è stata l’umiliante sconfitta subita nel primo appuntamento la scorsa settimana, lo shock di essersi scoperta Cenerentola dopo essersi giocato la parte della matrigna cattiva, a rompere il bozzolo delle strategie elettorali volute dal "consigliori" in capo, Mark Penn. Posta di fronte a sondaggi che la vedevano indietro di dieci o più punti percentuali, accolta da folle rade e fiacche mentre i comizi di Obama sembravano un mix di concerti rock e di revival messianici, Hillary ha fatto quello che le donne sanno fare assai meglio dei maschi. E’cambiata. La supponente direttrice didattica, che respingeva il contatto fisico con il pubblico, che alle pulsioni animali di un elettorato che qui come ovunque finge di voler programmi concreti ma nel fondo vuole essere sedotto, affascinato ed esaltato, la «cocca della maestra» che a ogni domanda rispondeva snocciolando soporiferi rosari di «punti» programmatici, si è metamorfizzata in un essere umano capace di piangere, di comunicare, di mostrarsi vulnerabile. Di volare. Soprattutto di capire, come Barack aveva capito per primo, che questa elezione non riguardava «lei», e la sua palpabile ambizione ma «loro», gli americani nel tempo della grande paura della recessione che ha spazzato via gli spettri del conflitto di civiltà e dei presunti «valori morali», perché mentre la casa ti crolla di valore, la rata di mutuo diventa insostenibile, i conti dell’ospedale ti stroncano e la lettera di licenziamento è nella casella postale, per i matrimoni gay o per la difesa degli embrioni congelati, assai meno ci si turba. E ha creato la sensazione che gli altri, i maschi, bianchi e neri, Obama ed Edwards, la terza ruotina di questa gara, stessero coalizzandosi contro di lei, per fare gang contro la femminuccia, facendo scattare nell’elettorato femminile, sempre maggioritario, il riflesso della difesa di gruppo, ben descritto dalla protofemminista Gloria Steinem sul New York Times. Nel discorso della vittoria, oltre alla battuta scritta per i titoli di giornali, «vi ho ascoltato e ho trovato la mia voce», il cambiamento più evidente era quello dei pronomi. Non più io, io, io, come finora, ma voi, voi, voi. Una pagina strappata direttamente al paybook, al libro della strategia di Obama. Proprio a questo, oltre i tatticismi e le artificiosità, serve il calvario delle elezioni primarie, che ora si arrampica verso stati molto diversi, come il Nevada, dominato dai sindacati del personale alberghiero, il Michigan delle ciminiere spente dalla delocalizzazione devastante delle industrie, della Carolina, regno del cristianesimo militante della imprevedibile Florida, ultimo rifugio del «desaparecido» Rudy Giuliani, anche ieri relegato fra i non piazzati Le primarie sono prima di tutto un check up psicofisico dei candidati, un esame politico, ma anche clinico, della loro pasta, per capire come questi uomini e queste donne sapranno reagire alle avversità, agli imprevisti e alle crisi enormi che sicuramente li attendono quando saranno ala Casa Bianca, ben più spaventosi di una sconfitta in una elezione. La risposta al primo checkup è quindi stata molto positiva per la Clinton, che ha reagito benissimo e ha saputo trasformare la propria debolezza in una mossa vincente, e molto meno positiva per Barack Obama, che nel suo discorso di concessione ha mostrato sul bel viso i segni dello stress e soprattutto dello shock di chi si vede raggiunto e sconfitto nei minuti di recupero, come direbbe il gergo calcistico. Per lui, che martedì sera doveva stiracchiare quell’incantevole sorriso che nelle ore della corsa in discesa gli scattava spontaneo e ironico, è venuto il momento del rovescio e quindi il test che dirà con quanta forza e con quanta grazia saprebbe reagire domani, se come Presidente dovesse misurarsi con un disastro naturale, un attacco terroristico, un crack finanziario. Ha già dimostrato di poter essere un candidato credibile e serio a una presidenza che un uomo con il suo Dna afro-europeo non avrebbe potuto nemmeno sognare una generazione fa. Ora, nella sconfitta bruciante, che gli si leggeva sul volto e nell’abbraccio commosso alla sua «Jackie», alla moglie Michelle, deve dimostrare di essere un possibile presidente e di saper correre in salita con la stessa scioltezza con la quale aveva corsa in discesa. Sarà dura, per lui che contava sulla spinta del New Hampshire, perché ora il percorso delle primarie entra in Stati dove soltanto gli elettori iscritti ai due partiti possono partecipare e gli indipendenti, i senza partito, sono esclusi. Dunque gli apparati, le macchine come la «Clinton Machine», i favori ai boss locali fatti e ricevuti, i soldi per gli spot e per i voli charter che prendono il posto degli autobus nei grandi spazi da coprire, pesano più del carisma e del sorriso. Hillary è, da ieri, di nuovo la favorita, la farfalla che sa pungere con alle spalle un partito che 24 ore or sono meditava di scaricarla e oggi torna ad amarla. Barack Obama è tornato a essere l’outsider, il profeta di un cambiamento che rimane la parola chiave di queste presidenziali americane ma che Hllary, cambiando lei stessa, gli ha scippato. Poiché, misericordiosamente, questa volta le primarie sono accorpate in poche settimane e dovrebbero darci il nome del campione non oltre il 5 febbraio, ha poco tempo per dimostrare che non è stato soltanto un sogno di mezzo inverno.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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