Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. Il giorno di Sarah. McCain spera nel miracolo

Sarah, la madonnina del ghiaccio che dovrà fare il miracolo di salvare i repubblicani dall’"uomo nero", ha occupato ieri sera il palco della convention repubblicana come una badante chiamata a svegliare i suoi assistiti. Nella notte di un congresso che cominciava a somigliare alla serata del bridge a Villa Arzilla, è apparsa lei. Era spumeggiante, vigorosa, graziosa negli ultimi bagliori di una giovinezza da reginetta («tutto quello che i giudici volevano era farmi voltare per guardarmi il sedere», disse indignandosi, dopo avere perduto la finale per Miss Alaska). E maternamente giovane nei suoi 44 anni che potrebbero farne la figlia del 72enne McCain, frizzantina come le insegnarono a essere i professori di giornalismo televisivo all’Università dell’Idaho e poi i registi nel suo periodo come reporter sportiva, Sahar Todd Palin ha avuto l’effetto di una finestra spalancata sul refettorio soffocante di una casa di riposo. La sua rinfrescante diversità è la scommessa obbligata che John McCain ha fatto per scuotere i suoi Repubblicani in depressione post Bush, brontoloni che hanno dimenticato la lezione di ottimismo e di entusiasmo che un altro vecchio di fuori ma giovane dentro, Ronald Reagan, aveva loro impartito 28 anni or sono. Come Obama, con il colore della sua pelle e il racconto della sua vita, è il messaggio, così la piccola grande cacciatrice bianca di miti renne con neonato, è il tentativo incarnato di dire all’America che i Repubblicani non sono poi quello che le telecamere impietose hanno mostrato: un partito di vecchi spaventati, aggrappato alla paura di pagare le tasse e soprattutto di vedere l’America assumere i colori dei popoli che la abitano, nell’"imbrunire" di una nazione sempre meno bianca protestante e anglosassone. Bianchi wasp che già erano minoranza una settimana fa a Denver, nel congresso di Obama, dove fra latinos, asiatici, neri, femmine, non erano che il 30% dei delegati, ma qui tornano a essere maggioranza, in una convention che ha smesso di giocare alla "grande tenda" multiculturale, come i Bushisti avevano fatto nel 2000 e nel 2004, quando la percentuale di afroamericani, qui rarissimi, era passata dal 10 al 16% degli invitati. E il vice governatore nero del Maryland, Michael Steele, aveva avuto spazio per un discorso importante. Ma nel 2000 e nel 2004, i repubblicani avevano in Bush un candidato gradito agli ispanici e non indigesto alle minoranze nere. In questo 2008, con un Barack Obama che ha i voti dell’America afro in cassaforte ed è gradito anche alla «Raza», ai centroamericani, sarebbe stato inutile fingere una multietnicità che il partito non vuole. Tanto valeva mostrare il vero volto di un Grand Old Party, del «Vecchio grande partito», che non è mai stato tanto vecchio. Bush, costretto a parlare da Washington via satellite per non ricordare troppo il suo infausto regno, con i suoi appena 62 anni, faceva la parte del "ragazzo lasciami lavorare". Thompson, l’oratore incaricato di raccontarci con dettagli da reparto di traumatologia le torture inflitte all’eroico residuato del Vietnam, ne ha 66. Lieberman, l’immancabile avversario pentito che i repubblicani devono sempre far recitare, ne ha 67. Giuliani, che ci ha ricordato, nel caso qualcuno l’avesse dimenticato, l’11 settembre, ne ha 64. E la senatrice più autorevole, della quale si era parlato come possibile vicepresidente, Kay Bailey Hutchinson, ha passato i 65. Una nazionale di "over 60" per giocare il futuro dell’America. L’azzardo di McCain è stato dunque assai meno azzardato, se letto contro la luce crepuscolare di un partito che sembra rappresentato da entusiaste cariatidi in cappellone da cowboy e da mutilati con la bustina ornata dai distintivi delle campagne. Una claque composta da contribuenti di aliquote medio alte, con polizze vita e protetti da Medicare, il servizio sanitario nazionale (qui lo statalismo va benissimo) soltanto per gli «over 65». Decisi a battersi fino all’ultimo scricchiolio per passare il proprio asse ereditario intatto ai figli e ai nipoti. Non è vero, come racconta il qualunquismo dell’antipolitica, che fra i due grandi partiti americani non esistano differenze, che siano soltanto due rappresentazioni dello stesso copione. Bastava guardare le facce di questi delegati a St. Paul e confrontarle con quelle che abbiamo appena visto a Denver, per capire che, nell’essere tutti comunque americani e azionisti convinti della stessa democrazia, incarnavano aspirazioni legittime, ma diverse. Quelle diversità che la badante politica scelta da McCain per sé stesso e il partito ha cercato di colmare, offrendo una maschera fresca a un partito con troppe rughe.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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