Vittorio Zucconi: Presidenziali USA. Il teorema dell’idraulico

Guardate Barack Obama e vedrete un uomo a cavallo. Cavalca l’onda della fine di un’epoca storica, il dominio della destra ultraliberista, moralista e antistatalista che si alzò in California 40 anni or sono dai proprietari di case tartassati dal fisco e che ora si sta infrangendo contro la constatazione del proprio abietto fallimento. Non ci sono più dibattiti, sporchi trucchi, appelli "valoriali" ai fedeli contro l’aborto, grida, "gimmicks", trovatine che possano invertire l’onda, come abbiamo visto nel terzo e ultimo dibattito nel quale McCain ha fatto tutto quello che poteva fare, e probabilmente anche meglio dell’avversario sempre glaciale, senza riuscire finora a invertire la marea. Se Obama non sarà disarcionato da eventi imprevisti, da rivelazioni sconvolgenti o dal Fattore Razza, l’onda lo porterà alla Casa Bianca. Quando cambia il vento sull’oceano, chi lo sa cogliere vola e chi issa le vele sbagliate, stalla. Sono ormai nove mesi, dal giorno della grande sorpresa nei consigli dei cittadini dello Iowa, che il senatore mezzo africano e mezzo caucasico dell’Illinois viaggia con il vento del «grande cambiamento» in poppa e i suoi avversari arrancano di bolina. Ma quella che all’inizio del 2008 pareva soltanto la folata della stanchezza (e del disgusto) per la scriteriata amministrazione del presidente più impopolare nella storia è divenuta, in questo autunno nero, un’atmosfera «fin de regime», da fine di un regno. Regno lunghissimo, che fu inaugurato con l’efficace slogan di Ronald Reagan sul «governo non è la soluzione, ma il problema», passò per capi di stato repubblicani e democratici, e si era impossessato di un’opinione pubblica uscita dall’altrettanto lungo incantesimo del "rooseveltismo", del "New Deal", della "Grande Società" e dello stato che noi chiameremmo sociale con il collante delle astuzie moraliste e delle guerre culturali. L’America ha avuto quasi trent’anni, dalla trionfale vittoria di Reagan contro Carter nel 1980 per sperimentare quella dottrina della "deregulation", delle privatizzazioni, e del "trickle down economics", secondo la quale se la caraffa del ricco trabocca, qualche rivolo d’acqua scenderà fino agli assetati sotto il tavolo. Ne ha provato i trionfi e i tonfi, con il boom della casse di risparmio negli anni 80 finite in crac, con le montagne di "obbligazioni spazzatura" degli anni ‘90 finite nelle galere, con la bolla dei milionari da Internet sfumata in niente e infine con l’orgia di prodotti finanziari derivati dai mutui facili e dall’ascesa dei valori immobiliari, sempre nel nome, perfettamente bipartisan, del lasciate fare al mercato. Ora, come tutte le ideologie fossilizzate, di qualsiasi colore e ispirazione, ha prodotto gli inevitabili eccessi e quindi le condizioni per la propria fine. Torna quindi, non a caso celebrato con il Nobel per l’economia al professor Paul Krugman di Princeton, sempre accanito e coerente critico dell’illusione neoliberista (o della sua versione strategica, neoconservatrice), ad alzarsi la domanda di governo, di stato, di «fair play» fra chi ha e chi non ha, di norme, e soprattutto di strumenti per applicarle. Per questo il candidato repubblicano, John McCain, è apparso anche nell’ultimo incontro, un uomo vecchio dentro, molto più della sua pur venerabile età. Se Reagan sembrava giovane alle soglie dei 70 anni, era per la sua capacità di intercettare il vento del cambiamento post sessantottino alzato dagli anni ‘70 e di interpretarlo in positivo. Se McCain, a 72, suona come un 78 giri graffiato, è perché parla la lingua di ieri, usa la semantica dell’ancien regime, caduto con quel Bush che lui per primo, furiosamente, disconosce gridando sdegnato: «Io non sono Bush». Quando accusa ripetutamente Obama di essere il solito «liberal» tassa e spendi, di volere «la lotta di classe» soltanto perché vorrebbe ridistribuire un poco quella ricchezza che 30 anni di deregulation hanno fatto fluire verso l’alto senza sgocciolamento, combatte la guerra di domani con le armi di ieri. Viene quotidianamente smentito dai disperati governi del mondo, e dalle leggi di salvataggio che lui stesso vota, che stanno facendo l’esatto contrario del primo comandamento reaganiano. Indicano nel governo la soluzione al problema. Obama, con i suoi programmi ambigui e sicuramente illusori di spese e di riduzioni fiscali per gli «under 250.000» di reddito, in vista dei probabili mille miliardi di disavanzo pubblico nel 2009 e della recessione, riconosce che il governo, lo stato, la mano pubblica, devono ritrovare un ruolo di bussola della vita nazionale e dell’economia per invertire il fenomeno politicamente più devastante che stia minacciando le democrazie occidentali. E che non sono al Qaeda o l’immigrazione clandestina, ma è la demolizione di quella classe media che è l’asse portante di ogni democrazia borghese. McCain può inventarsi lo sketch di "Peppino l’Idraulico", Joe the Plumber, per alzare lo spettro del ritorno della sinistra «tassa e spendi» e della eccessiva rischiosità di quel presidente. Ma gli stagnini, le infermiere, i metalmeccanici, gli insegnanti, i piccoli imprenditori, gli impiegati, i commessi viaggiatori, indifferenti alle prediche quaresimaliste su aborto, omosessuali, vizi e piaceri, oggi preferirebbero di molto pagare più tasse sul reddito e sui risparmi, anziché non avere reddito né risparmi. E dimostrano di avere capito, nei sondaggi finora e nella indifferenza a una destra ridotta a sputare contro l’onda per fermarla, che un’età è finita e un’altra, non necessariamente migliore, ma diversa, deve cominciare.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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