Un estratto da "Voi due senza di me", il nuovo romanzo di Emiliano Gucci

Sul momento non si dissero niente.

Si guardavano dritti nell’anima e respiravano a fiotti.
Contrazioni del volto appena percettibili, lui con le labbra serrate, lei che le dischiuse in un sorriso inconscio, ma durò niente.
Riprese a camminare tirando dritto per la sua strada, l’unica possibile, lui tentò una presa più forte sul braccio ma sentì che non valeva, non poteva, e allora la affiancò e camminò accanto a lei.
“Non mi saluti nemmeno.”
“Ciao.”
Era scossa. Aveva ripreso una marcia spedita, sgusciava nella folla con disinvoltura, lui dietro.
“E basta?”
Lei niente. Fugaci colpi d’occhio come punture d’insetto su varie parti del corpo quasi fossero distinte, indipendenti.
“Non sono qui per caso,” disse lui.
“Stai per morire?”
“Stessi per morire ti interesserebbe?”
Senza rallentare né scomporsi, stavolta l’occhiata fu il morso di una iena.
“Non ho nulla da dirti,” disse lei.
Silenzio, camminando nel caos.
“Dopo tutti questi anni,” disse lui.
Lei non rispose.
Per qualche momento era rimasta in bilico tra gioia e furore, sorpresa e sconforto, e forse dentro era ancora così; fuori, senza tentennamenti, aveva deciso come comportarsi e non mostrava crepe.
“Ti puoi fermare un secondo?” domandò lui, mentre uscivano dalla bocca della stazione per immergersi in quella del sottopasso. “Almeno dirsi come va.”
Lei si fermò e si ritrovarono di nuovo uno davanti all’altra ma non frontali, piuttosto di tre quarti; l’accenno di sorriso femminile era scomparso senza lasciare traccia, l’ansia maschile pulsava nelle tempie.
“Io sto bene, tu?” disse lei.
Adesso appariva più vecchia di cinque, dieci anni rispetto alla realtà, ma lui non poteva saperlo.
“Abbastanza.”
“Che altro?”
Lui notò il suo piccolo neo ingrossato, deformato.
“Niente,” disse. “Ho pensato delle cose, voglio dirtele.”
“Hai pensato delle cose.”
“Sì.”
“Simili a quelle che mi hai scritto nei mesi scorsi?”
“Quindi non hai cambiato numero.”
“Per quale motivo avrei dovuto?”
“Potevi rispondere almeno una volta...”
Lei notò la sua barba, mai stata così lunga.
“Perché?” disse.
“Per farmi capire che ricevevi, che leggevi.”
“Potevi risparmiarti quelle idiozie.”
Respiri. Vibrazioni nervose.
“Non ti arrabbiare che diventi più bella.”
“Ma finiscila.”
Lei prese a scendere la scalinata, decisa. Si rese conto che stava strangolando i manici della borsa e immaginò di vederla gocciolare sangue sui gradini.
Lui la seguì a mezzo metro di distanza e si domandò se lei avesse già notato le sue vecchie scarpe.
“Aspetta,” disse, “ti accompagno.”
“Non credo sia il caso.”
“Devo parlarti.”
“Sai dove lavoro?”
“Certo.”
“Come fai a saperlo.”
“Gli amici.”
“Gli amici chi?”
“Non mi sembra così segreto il posto in cui lavori, un negozio nella via più sciccosa di Firenze...”
“Chi te l’ha detto?”
“Ti ho seguita.”
“Ah sì?”
“Sì.”
“Quante volte?”
“Diverse.”
“Partendo da dove?”
“Da casa tua.”
“Non è vero.”
“Non ci giurerei.”
Lei scosse la testa, lo sguardo rimbalzava adesso sulle botteghe del sottopassaggio: ninnoli e chincaglierie, robe da vestire, zoccoli che non avrebbe mai comprato, parrucchieri da cui mai si sarebbe fatta mettere le mani in testa; un negozio di dischi dove avevano speso tanti di quei soldi... C’era, nel suo disagio e nella scossa della sorpresa, un rivolo caldo di affetto che le correva giù per la schiena; un odore di pane antico e di tramonto fresco, disteso, coperta di stagioni ormai lontane.
“Che cosa vuoi?” gli domandò, senza voltare neppure gli occhi.
“Tornare insieme a te,” disse lui e fece due passi più lunghi, più rapidi, per esserle perfettamente accanto e soppesare le reazioni sul viso.
Lei non disse niente. Scosse la testa una volta ancora, come uno strappo dei nervi, e continuò a camminare.
Lui trasse forza da una traccia di compiacimento che gli parve sbocciare sulle sue palpebre.
“Ne parliamo?”
“Tu sei matto.”
“Non scherzo.”
“Se insisti chiamo la polizia.”
Era sovreccitato. “Qualcuno ti ama più di me?”
“Che domanda è questa?”
“Mi pare semplice.”
“Se mi segui, come dici tu, non dovrebbe esserti sfuggita la felicità della mia storia attuale...”
“La felicità.”
“Sì, la felicità. E se anche fossi sola come un cane, giuro che neppure per un istante penserei di ascoltarti.”
“Sei crudele.”
“Ah, io sono crudele?” disse e a questo punto si bloccò, furiosa, gli andò sul viso alzando la voce davanti al suo naso. “E tu idiota, meschino.”
Lui inchiodato a dei pannelli pubblicitari osceni.
“Verme, farabutto, falso!” gridò lei. “Bastardo!”
Qualcuno tra i passanti si voltò, altri rallentarono la marcia per guardarli.
Lui si allungò di scatto e provò a baciarla sulle labbra.
Lei si ritrasse.
“Deficiente,” aggiunse con la voce guasta, e scappò via salendo due alla volta i gradini che riportavano in superficie, sul marciapiede destro di via Panzani in direzione di Santa Maria del Fiore.
Sentiva gli occhi scoppiare di lacrime, ma fuori restavano asciuttissimi.

[...]

Voi due senza di me

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